GOFFREDO PARISE, Il padrone


Tratto da “Il Padrone” di Goffredo Parise.

Come avevo indovinato fin dal mio primo giorno di arrivo in ditta (quanto tempo è passato, eppure mi pare ieri) al di là di quella vetrata c’è un giardino. Anzi, non proprio un guardino, ma una specie di orto botanico, una sorta di grande serra chiusa dalla cupola di vetro, da cui penetra la luce. L’umidità e il profumo dei fiori e delle piante toglie per un momento il respiro, ma mi sono abituato subito.

Osservando quelle piante grasse e ripugnanti, quei ciuffi di capelvenere gonfi e vaporosi come capigliature sorgenti dal terreno, quegli intrichi molli ed elastici degli alberi di glicine e il folto muschio che ricopre quasi per intero la vaschetta rotonda della fontana, ho atteso che qualcuno mi venisse incontro dal fondo della serra, cioè dalla base del palazzo di vetro, dove c’è la casa della dottoressa madre del padrone. Infatti non esisteva un vero e proprio passaggio che conduceva fin laggiù, ma un intrico di viottoli nascosti anch’essi dal muschio e da lunghi steli di iris che li attraversavano risalendo poi improvvisamente con la testa violacea.

C’erano anche piante di aranci, limoni e un grosso albero di magnolia biancheggiante di piccoli fiori freschi e polposi. Ma tutta la vegetazione, costretta dalla cupola vetrata a non salire più di quel tanto, aveva l’aspetto massiccio e occhiuto di una folla di nani. Infatti le piante, anche quelle piccole, erano grasse oltre misura, quasi sofferenti di quella obesità, e il terreno, nonostante i fiori tra le foglie giovani e quasi in boccio, rivelava le tracce di petali enormi e sfatti, simili a pezzi di carne o lembi di pelle sanguinolenta; gli alberi poi, come la magnolia, alcuni peschi, il glicine e molte piante d’uva mostravano tronchi corti e muscolosi come appunto le gambe dei nani.

Tutto l’ambiente era molto bello, intensamente profumato e quasi favoloso ma al tempo stesso saturo di quell’aria funebre e immota che nasce e si sprigiona sempre dalla vita artificiale: quelle radici, quei tronchi, quei rami, quelle foglie e quei fiori, tutti nani, racchiudevano nella loro ottusa pinguedine una forza oscura, violenta e perfino minacciosa che non assomigliava affatto al respiro della flora naturale, ma piuttosto al fiato caldo di un’immensa fauna in agguato tra il verde. Ho pensato che quel giardino rappresentava un poco tutti noi della ditta, compreso il Padrone e sua madre. Ognuno di noi, e loro stessi che erani i padroni, eravamo rinchiusi in una grande trappola mortuaria, simile a quel giardino. E proprio come quei peschi, quelle viti, il glicine e la magnolia, costretti ad un arresto dello sviluppo naturale, a una inutile concentrazione di energie che ci avevano ridotti quello che eravamo: piccoli mostri simili a quelle piante.

Ma a differenza di quelle piante che esprimevano la loro mostruosità nei colori, nell’umidità e nell’esibizione polpacciuta e pietosa del loro benessere vegetale, con l’innocenza appunto dei mostri senza coscienza, noi non la esprimevamo affatto, anzi ognuno di noi la nascondeva dentro di sé con ogni mezzo, covando per questa ragione, uno verso l’altro, un odio ogni giorno maggiore.

 

 

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