PASOLINEIDE #2. “Una vita violenta”: il fascino indiscreto del sottoproletariato.


(podcast a fine pagina)

Ma come faceva Pasolini figlio della borghesia conservatrice a conoscere così bene il sottoproletariato romano?

Dopo il primo romanzo “Ragazzi di vita” prosegue in “Una vita violenta” la ricerca pasoliniana sulla traformazione degli italiani da popolo catto-contadinesco a borghese urbanizzato. Se il primo romanzo era un po’ acerbo, in alcune parti ancora abbozzato con qualche lungaggine di troppo, qui il materiale narrativo è molto più stringato, fluido, scorrevole.

La consulenza dei borgatari Franco Citti e Ninetto Davoli non basta. Occorreva un grande scrittore come PPP con una grande capacità d’analisi, una grande capacità d’ascolto è un talento naturale per l’empatia cioè la capacità d’immedesimazione: Pasolini scrivendo “Una vita violenta” ha attuato una metamorfosi: si è trasformato in un borgataro doc. La fluidità di lettura deve molto alla felice decisione di affidare la cronaca del racconto alla voce narrante di un borgataro che utilizza il romanesco come lingua letteraria e che conosce bene la materia in questione: le vicende picaresche dei coatti della “Piccola Shangai” cioè una baraccopoli a ridosso del quartiere popolare di Pietralata con i suoi casermoni fitti e i suoi pratoni spelacchiati sormontati dalla mole informe del Monte del Pecoraro.

Il protagonista del romanzo è Tommaso Puzzilli, un tipo cazzuto e antipatico, un piccolo delinquente orgoglioso della sua ignoranza burina e un po’ stronza. E come lui i suoi compari di zingarate per la periferia romana. La storia di Tommaso è la storia di un viaggio dantesco dentro l’inferno della nascente società proto-industriale con le relative bolgie: Tommaso percorre prima il girone dei marchettari, poi quello dei ladruncoli, poi quello della galera per aver accoltellato, lui missino, un simpatizzante comunista che lo provocava, infine il sanatorio e il riscatto morale che ne decreta la “bella morte” dopo essersi nobilmente immolato per salvare una mignotta durante un alluvione disastrosa. 

E qui sta la profonda differenza fra il primo romanzo “Ragazzi di vita” e questo “Una vita violenta”: mentre il primo si conclude con la “mutazione antropologica” che trasforma un giovane borgataro in un piccolo borghese che finge di non vedere un amico che sta annegando calcolando freddamente che il salvataggio potrebbe costargli qualche domanda fastidiosa da parte delle autorità, Tommaso Puzzilli sacrifica se stesso per salvare una donna di vita. In termini pasoliniani: mentre in “Ragazzi di vita” la mutazione antropologica e il genocidio culturale che hanno trasformato i borgatari di estrazione cattolica e contadina in piccoli borghesi é già avvenuta, in “Una vita violenta” il coattume e la burineria tipici del sottoproletarato romano hanno conservato qualcosa dell’antico codice etico: il senso dell’onore, la solidarietà. l’azione disinteressata senza “se” è senza “ma”. Non siamo ancora cioe’ a quell’orribile “uomo nuovo” nato negli del consumismo uber alles alimentato dall’ansia di possesso, dal ghigno feroce tipico dell’arrivismo stronzo e il calcolo utilitaristico che assassina il gesto gratuito. Insomma in “Una vita violenta” il modo tradizionale di essere uomini non è ancora stato “abrogato” per usare uno dei tanti termini tecnico – giuridici da due soldi, giustamente odiatissimo da PPP, che sono gli antesignani dell’ italianuccio sterile e politicamente corretto attuale.

Il sacrificio finale di Tommaso è preceduto da un iter di maturazione personale che è anche una presa di coscienza: uscito di galera Tommaso decide di cambiare vita è di sposare secondo tutti i crismi di Santa Romana Chiesa la fidanzata Irene, trovarsi un lavoro onesto e mollare gli ex compari missini. Cerca però un punto di riferimento che possa orientare la sua nuova vita e li trova nella Chiesa cattolica e nel P.C.I. Contraddizione apparente perché in Pasolini morale religiosa ed etica marxista hanno convissuto a lungo; PPP presta dunque a Tommaso il suo senso del sacro nella convinzione che le classi popolari siano geneticamente diverse dalla borghesia. 

Successivamente con la svolta costituita dall’abiura  alla cosiddetta “trilogia della vita” (“il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Le mille e una notte”) Pasolini cambierà idea quando scoprirà che il sottoproletariato che per lui aveva sempre rappresentato la sana spontaneità popolare e quindi la realtà contro l’artificiosità linguistica, posturale e mentale della borghesia, é anch’essa una finzione. Cioè: il sottoproletariato attratto dai beni del benessere borghese come l’auto, il frigo, la TV, si lascia adescare senza opporre nessuna resistenza. Dunque la presunta spontaneità popolare in cui PPP aveva sempre confidato quale antidoto allo spietato utilitarismo borghese e che si rivelava soprattutto con la naturale gaiezza con cui si viveva il sesso era un inganno simile a quello di chi finge di disprezzare qualcosa solo perché non se lo può permettere mentre in realtà lo desidera ardentemente. Insomma Tommaso e compari appartengono ancora alla prima fase pasoliniana, quella in cui il poeta immaginava un sottoproletariato ladruncolo e paraculo, ma beatamente incapace di tesoreggiare, accumulare, misurare e pesare qualsiasi gesto ossia incapace dei predatori calcoli borghesi.

Ahilui, si accorgerà più tardi che la borghesia non è una condizione socio-economica, ma una visione del mondo è una mentalità trasversale a tutte le classi sociali. L’unica differenza reale non è fra chi vuole e chi non vuole, ma fra chi vuole e può è chi vuole e non può, ma sia gli uni che gli altri infine vogliono le stesse cose. Dal punto di vista della mentalità dunque fra borghesia e proletari non c’è alcuna differenza. 

Lo stesso P.C.I. che nel romanzo accoglie Tommaso e gli conferisce un’ etica della solidarietà in sostituzione del menefreghismo tipico del piccolo delinquente per Pasolini doveva essere un partito conservatore in grado di fermare il liberal-libertarismo borghese del “nuovo che avanza”. Ma dopo le leggi su divorzio e soprattutto sull’aborto, PPP si accorge che il partito comunista e la chiesa post conciliare infine hanno lo stesso obiettivo: entrambi infatti, forse a loro insaputa, sono dei cavalli di Troia armati dal Potere porno-mondialista per trasformare gli italiani in evoluti, ricchi, infelici, nevrotici e solitari cittadini del mondo.

Insomma per lo scrittore P.C.I. e chiesa post conciliare sono alleati nella svendita del patrimonio culturale tradizionale italiano che delle differenze ha sempre fatto una ricchezza rinunciando colpevolmente a ogni fine pedagogico anti massificante che la storia richiede loro. Al contrario P.C.I. e chiesa offrono ciò che indistintamente borghesi e proletari chiedono e anzi pretendono: l’assecondamento delle proprie voglie materiali, sessuali o ludiche che siano. Per questo PPP dirà in una celebre intervista a Enzo Biagi che la parola “speranza” era abolita dal suo vocabolario.

Ma questa è davvero un’altra storia.

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