KURT VONNEGUT: Ghiaccio – nove.


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Kurt Vonnegut dimostra con Ghiaccio – nove di essere un esponente moderno o se si preferisce un epigono della grande tradizione della narrativa picaresca che va dal Lazarillo de Tormes al Don Chisciotte di Cervantes, al Pinocchio di Collodi. Anche in Ghiaccio – nove troviamo infatti il tema portante attorno a cui è imperniata questo tipo di racconto, cioè un obiettivo da perseguire, gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obiettivo, la testardaggine del protagonista nel voler raggiungere l’obiettivo e lo svolgersi di una vicenda ricca di colpi di scena, spesso grotteschi o ridicoli.

Del resto se Vonnegut è discepolo dei grandi maestri del genere picaresco (idealmente: non so se abbia mai letto i classici del genere) è anche artefice del rilancio di questo genere letterario in America: il suo senso del ridicolo la sua ironia un po’ acerba, il suo acuto sarcasmo lo qualificano come uno degli antesignani della nuova narrativa avant pop americana assieme a Joseph Heller autore di Comma 22, da cui derivano i vari D.F. Wallace, Don de Lillo, Thomas Pynchon. E tuttavia rispetto a questi ultimi conclamati guru possiede una economia espressiva molto meno sofisticata, senza inutili cerebralismi, senza ridondanze e senza quelle interminabili e noiosissime descrizioni che sono tipiche di certi esponenti dell’avant pop. Quella di Vonnegut è dunque una narrativa popolare che fa dell’easy reading  e di un moderato minimalismo il suo aspetto più convincente.

Vonnegut è un disincantato, anzi un nichilista che non crede in nulla, è uno per cui l’universo mondo non ha alcun significato ne’ fine. Si tratta però di un nichilista “simpatico” che non ha nulla a che fare con il rancoroso nichilismo di certi intellettuali cupi, tetri e dallo zelo amaro noiosamente infelici che vorrebbero ridurre tutto alla misura della loro eterna insoddisfazione.
Vonnegut al contrario è uno scrittore sgargiante, luminoso, pirotecnico. Pure naïf il che fa presupporre che abbia avuto un carattere, beato lui, adolescenziale. I suoi romanzi paiono essere usciti dalla penna di un sedicenne.

UN’ESPERIENZA TRAUMATICA.

Ogni scrittore trae il proprio stile da un’esperienza più o meno epifanica o rivelativa. Quella che è all’origine di Vonnegut si può certamente definire un’esperienza “infernale” : lo spaventoso bombardamento di Dresda nel 1945 in cui la città fu rasa a suolo dagli alleati con un numero di morti, secondo alcuni, superiori a quelli causati dalla bomba atomica di Hiroshima. Vonnegut era prigioniero dei tedeschi proprio a Dresda durante quella spaventosa ecatombe, ma riuscì a salvarsi grazie alla sua permanenza in un rifugio sotterraneo che pare fosse stato un ex mattatoio. Da quella vicenda ebbe origine il suo capolavoro Mattatoio n. 5, ma di quel trauma che lo ha profondamente segnato rinveniamo le tracce indirette in tutta o quasi la sua produzione narrativa: l’ironia se non addirittura la comicità che anima molte delle sue pagine e il tema della fine del mondo per quanto descritta spesso in termini grotteschi e demenziali sono forse un tentativo di rendere più gestibile quel terribile vissuto personale e quella trageda collettiva, quasi a voler esorcizzare con l’arma della comicità e del senso del ridicolo quell’immane tragedia che con tutta probabilità è rimasta una cicatrice insanabile della sua esistenza.

COS’E’ IL GHIACCIO – NOVE ?

Il protagonista di Ghaccio – nove è uno scrittore, evidentemente alter ego dello stesso Vonnegut, il quale si prefigge di scrivere un saggio dal titolo Il giorno che finì il mondo: egli desidera intervistare una serie di scienziati o personaggi famosi per descrivere quello che stavano facendo il 6 agosto 1945 quando scoppiò la bomba atomica su Hiroshima. A partire da questa intenzione dunque lo scrittore entra in contatto con una serie di uomini e donne assolutamente improbabili e ed è coinvolto in una serie di avventure dall’esito imprevedibile.

Ma la vicenda legata alla stesura del libro resta ben presto sullo sfondo quando lo scrittore protagonista del racconto s’imbatte nel fantomatico ghiaccio – nove, una delle più felici invenzioni della narrativa fantascientifica  moderna. Tramite questo espediente infatti Kurt Vonnegut mette in scena la più ridicola fine del mondo che sia mai stata scritta nella storia della letteratura mondiale: l’agente che determinerà la morte del pianeta è infatti un elemento chimico frutto della manipolazione del normale processo che trasforma i liquidi in ghiaccio – denominato appunto ghiaccio nove – elaborato occultamente da uno degli immaginari padri della bomba atomica, Felix Hoennicker. Nel ricostruire i legami familiari del defunto scienziato il protagonista si imbatte in una serie di personaggi picareschi da circo di periferia in qualche modo collegati fra loro dall’appartenenza alla misteriosa religione bookonista dal nome del fondatore Bokonon: si tratta di una religione totalmente diversa da qualsiasi altra religione mai apparsa sulla faccia della Terra in quanto fondata sul foma che tradotto da un oscuro dialetto isolano significa “menzogna”.
In sostanza il bokonismo sostiene la necessità della menzogna a fini morali, cioè la necessità di costruire una falsa teologia cui tuttavia il fedele deve tenacemente credere come se si trattasse di una verità assoluta. Inoltre il bokonismo è una religione che non mira a fare del proselitismo, ma anzi sconsiglia caldamente chiunque voglia aderirvi a divenire seguace. Del resto essere bokononisti non è facile: per vincere l’annichilente disperazione del vivere umano l’unica via consiste infatti nel costruirsi un castello di illusioni in grado di conferire un minimo di stabilità in un mondo assurdo.
Se si vuole è una sorta di autoipnosi.

“In principio Dio creò la Terra e la guardò, nella Sua cosmica solitudine.
E Dio disse: “facciamo creature viventi con il fango, in modo che il fango possa vedere ciò che Noi abbiamo fatto.
E Dio creò tutte le creature viventi che ora si muovono e una di esse era l’uomo. Il fango poteva parlare solo nella sua forma di uomo. Dio si curvò, mentre il fango a forma d’uomo si levava a sedere, si guardava attorno e parlava. L’uomo batté le palpebre:

“Qual’è lo scopo di tutto questo?” chiese educatamente.
“Tutto deve avere uno scopo?” chiese Dio.
“Certamente” disse l’uomo.
”E allora lascio a te il compito di pensare uno scopo per tutto questo.” disse Dio.

E se ne andò.

(I libri di Bokonon, Primo libro.)

E tuttavia, nonostante la sua evidente farloccaggine la religione di Bokonon pur essendo una menzogna dichiarata per il protagonista del racconto è utile perché permette a chi vi crede di vivere meglio pur nella perfetta consapevolezza – ed è questo il paradosso ridicolo – che propugna una immane quantità di sciocchezze.

IL CREDO DI VONNEGUT.

In Ghiaccio – nove emerge un aspetto tipico della narrativa di Vonnegut: la vita è una specie di inutile perdita di tempo in cui nulla vale la pena di essere fatto ed in cui solo le chimere prodotte dalla mente come le religioni, possono lenirne la mortale noia. Le stesse conquiste scientifiche, come il fantomatico ghiaccio – nove sono destinate a finire nelle mani di chi vuole farne un utilizzo bellico.
Del resto, insiste Vonnegut in un passo del romanzo, tutte le invenzioni in origine hanno avuto una funzione militare e solo in seguito sono state reimpiegate a fini civili. Lo stesso ghiaccio – nove è un ritrovato chimico in grado di far congelare immediatamente qualsiasi superficie contenga dell’acqua; proprio per questa sua caratteristica era stato comicamente progettato per liberare i Marines americani dal fango e dalle paludi in cui erano costretti a sguazzare permettendo loro di procedere più speditamente nelle loro operazioni di conquista: non dimentichiamo peraltro che il romanzo è del 1963 ossia è stato scritto durante la prima fase della guerra del Vietnam.

Filtra in tutto il racconto quindi l’antimilitarismo di Vonnegut, l’idea secondo cui le religioni sono utili menzogne e che la scienza con i suoi ritrovati è destinata ad accelerare una fine che avverrà comunque.
C’è n’è abbastanza per qualificare Ghiaccio – nove come un romanzo deprimente, intriso del cinismo decadente tipico ad esempio di certi ecrivains esistenzialisti. Eppure nonostante si possa essere in disaccordo con le sue tesi (specie sul suo viscerale antioccidentalismo) Vonnegut in un certo senso è capace di farsi volere bene a causa soprattutto al suo modo “umile” di relazionarsi col lettore. I suoi personaggi hanno qualcosa di tenero come fossero dei pupazzi da Muppet show, il suo stile è sempre delicato nonostante la trama sia satura di elementi mostruosamente grotteschi, la sua narrazione è sempre un po’ naïf e pudicamente discreta. Ma la sua miglior qualità è quella di riuscire a far sorridere di cose, eventi, situazioni di per se tragiche.

 

 

4 replies

  1. I suoi personaggi hanno qualcosa del Muppet Show! Giustissimo e concordo su tutto. Mattatoio n. 5 è un libro che non dovrebbe mancare in nessuna libreria di un lettore. Immagina che Kurt era l’unico che sostenesse Richard Yates e secondo la mia umile opinione Kurt e Richard avevano la stessa visione della vita ma gli stili erano diversi. Io ho letto anche Guarda l’uccellino e sorridevo tanto. GRANDE KURT con quella sua faccina da furbetto!!!

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    • Ha la faccina da furbetto e probabilmente lo era anche. Ricordo di aver letto una sua dichiarazione (ma non riesco più a trovare la fonte) dove confessava apertamente di avere cominciato a scrivere per necessità economica. Chiaro e netto, senza cercare giustificazioni intellettualistche. Questa sincerità la si ritrova puntualmente nei suoi romanzi e nei suoi personaggi. Anche per questa sua trasparenza lo stimo.

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  2. Furbetto nel senso che aveva trovato il suo equilibrio non di quelli che “sfruttano” il prossimo e poi Kurt non era autorefenziale cosa rara nei scrittori un po’ come Bukowski della serie Il tempo è mio e faccio quel cacchio che mi pare insomma anarchici con stile

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    • Concordo e aggiungo che ho sempre diffidato degli scrittori auroreferenziali specialmente se l’autoreferenzialità sconfina nel narcisismo o peggio nel superomismo. Ma peggio di tutti sono i narratori conformisti o “main streamer”: mentre, purchè dotato, un autore narciso o superomista o culturalmente anarchico come Vonnegut può dire cose originali e dunque sollevare interrogativi, l’autore conformista non pone dubbi, non pone interrogativi, ma anzi tende a smorzarli. E in definitiva non fa che ripetere ciò che ascoltiamo abitualmente per cui finisce com l’essere irrilevante.

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