JOHN WILLIAMS, Stoner.


La narrativa americana presenta delle figure tipiche: ad esempio la figura del trump, cioè il vagabondo irrequieto o il borghese dalla vita semtimentale rattrappita o ancora la figura del cinico self made man oppure del virtuoso che partendo da zero e a prezzo di duri sacrifici riesce a costruirsi una carriera. Lo Stoner di John Williams – autore misterioso di cui anche a livello biografico si conosce poco – rientra in quest’ultima categoria.

Pubblicato nel 1965 pubblica Stoner é un romanzo che traccia le coordinate esistenziale del buono e del virtuoso americano che dalla provincia depressa riesce a emergere grazie ai suoi sacrifici e alla sua tenacia senza mai acquisire il carattere cinico e spietato che spesso diventa un’arma per sgomitare nel mondo degli affari o come in questo caso – in quello accademico. Il libro è rimasto confinato nel limbo dei romanzi semisconosciuti fino al 2003 quando fu ripubblicato da Vintage Classic negli USA e in Francia nel 2011 dove conobbe un immediato successo per via soprattutto alla blogosfera e al passaparola. Il successo del romanzo è dipeso dal protagonista estremamente empatico e – a mio giudizio – dal fatto che si tratti di un easy reading dal linguaggio essenziale ma non minimalista, da una speciale aura di tenerezza che impregna di se il romanzo e infine, per certi versi soprattutto, dal fatto che rappresenta delle dinamiche familiare ormai diffuse in cui è possibile specchiarsi: la storia di William Stoner infatti dimostra indirettamente quanto un membro disfunzionale o immaturo possa distruggere i rapporti umani e creare dolore all’interno di una comunità qualsiasi dalla famiglia ad una compagine statale.

Il protagonista della storia William Stoner in realtà rappresenta una minoranza. Stavolta però non si tratta di una minoranza etnica o religiosa o sociale ma spirituale: una minoranza contrassegnata da una sorta di superiorità morale che, come tutte le minoranze, per guadagnarsi il proprio posto nel mondo ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie e che, sempre come tutte le minoranze, si attira l’ostilità a volte perfino feroce della maggioranza. Basta infatti grattare sotto il lieve strato di perbenismo e di civismo dell’uomo moderno per far emergere con insospettata energia la brutale voglia di prevalere e di dominare anche a costo di distruggere. Il mondo accademico e dell’ upper class americana descritto da John Williams dimostra a iosa come nemmeno la cultura umanistica tipica delle accademie e del mondo universitario riesca a salvare l’uomo dall’istinto sanguinario di rovinare chi, per carattere o per indole, sembra debole o inerme.

William Stoner in alcuni aspetto assomiglia a un personaggio pasoliniano nel senso che è un uomo con valori arcaici derivati dall’appartenenza alla tradizionale cultura contadina pre industriale. A causa di ciò egli è drammaticamente inadatto a competere nell’arena dell’arrivismo che sembra dominare la competizione sociale: è difficile immaginare una vita più scialba e più piatta della sua – una vita quasi da vittima predestinata -. Il romanzo del resto sembra nascere sotto il segno di una apparente banalità fin dal nome dell’autore ossia John Williams vale a dire un nome convenzionale come potrebbe esserlo John Smith o Robert Robinson; a prima vista sembrerebbe dunque che l’anonimia dell’autore sia proiettata su quella del protagonista del racconto ossia William Stoner. Ma da questa banalità apparente l’autore con uno stile delicato e commosso riesce a cavare un romanzo estremamente coinvolgente contrassegnato da colpi di scena che catturano la lettura.

Nato da famiglia di poveri agricoltori a Booneville ossia in una sonnolenta cittadina della provincia americana in cui il culto del lavoro indefesso e della fatica quotidiana assume il valore di una religione, William Stoner riesce a sfuggire a un destino di dure fatiche lavorando la terra grazie al consiglio di un misterioso “ispettore” che convince il padre di William a iscrivere il figlio alla facoltà di agraria dell’Università Columbia. Ma sarà l’incontro con la cultura umanistica a salvare William Stoner e a trasformarlo prima in uno studente appassionato di letteratura inglese e poi in un brillante professore universitario.

L’incontro con una cultura che gli è estranea per tradizione familiare per Stoner sarà l’occasione per percorrere una sorta di Calvario punteggiato da tutte le tappe tipiche dell’uomo moderno occidentale: il matrimonio e i conflitti lavorativi sono i punti di svolta che segnano la vita di Stoner facendone una vittima inerme di una moglie viziata e maligna, di un rettore universitario prepotente e spietato. L’amore per Katherine una sua allieva e l’arrivo della figlia Grace sembrano essere gli unici balsami in grado di conferire un po’ di sollievo al mite professore universitario, ma ben presto anche questi due lenitivi saranno motivo di amarezza. Edith Bostwick la moglie e Holly Lomax il superiore sono i carnefici di Stoner che diventa così simbolo e immagine di tutte le vittime di un ménage matrimoniale e lavorativo che spesso assomiglia a un tritacarne.

EDITH, LA MOGLIE MALVAGIA E MANIPOLATRICE.

Edith è il prototipo della donna benestante se non ricca, viziata e irrigidita entro gli schemi di una educazione puritana dove tutto a cominciare dal sesso deve rispondere a criteri perbenisti. William Stoner la conosce durente un ricevimento, ma subito il lettore sembra avvertire che la loro unione non potrà essere felice. Dopo le prime avvisaglie l’impressione viene confermata: la maschera di Edith cade ben presto rivelando il volto di una donna cinica ed egoista la cui sete di dominio pare accentuata dalla remissività vittimale di Stoner. Fingendo un buonsenso inesistente la donna si accorgerà ben presto che la figlia Grace con la sensibilità tipica dei bambini si è accorta del cinismo della madre e dunque si rifugia presso il padre dove trova tenera accoglienza. I ruoli genitoriali sembrano allora invertirsi: la tenerezza e comprensione tipici della madre sono incarnati dal padre e il principio di autorità dalla madre. L’isterismo mascherato di Edith è la strategia tramite cui la donna manipola la figlia per punire il marito di un matrimonio infelice irrompendo come un bulldozer nel tenero affetto che lega William Stoner alla figlia Grace.

Ormai vedeva raramente sua figlia. Mangiavano tutti e tre insieme, ma in quelle occasioni raramente osava rivolgerle la parola perchè, quando lo faceva e lei gli rispondeva, Edith trovava subito qualcosa che non andava nel suo modo di stare a tavola o di star seduta e la rimproverava con tale durezza che Grace se ne restava in silenzio, avvilita, per tutto il resto del tempo.

(Stoner, p. 134).

LOMAX, IL SUPERIORE VENDICATIVO.

Il secondo carnefice che Stoner deve gestire è il suo superiore all’università cioè il direttore del dipartimento di letteratura inglese Holly Lomax. A causa di un incredibile episodio che rappresenta la parte più riuscita del libro Stoner decide di bocciare a un esame di dottorato uno studente pigro e arrogante protetto da Lomax forse a causa della comune disabilità di cui entrambi sono affetti. Stoner sembra uscire per un istante dall’abituale remissività inerme per compiere un atto di giustizia vale a dire bocciare uno studente impreparato, ma Lomax gliela farà pagare prima organizzandogli un calendario scolastico estremamente disagevole poi inficiando la bocciatura dello studente offrendogli una seconda chance che ne permetterà il recupero. La malvagia vendicatività di Lomax avrà modo di manifestarsi pienamente quando viene a conoscenza della storia d’amore che lega Stoner a una sua giovane studentessa. Qui nel romanzo funziona il classico espediente del malvagio che opera per separare ciò che l’amore unisce, ma stavolta senza lieto fine.

KATHERINE, IL LENITIVO.

Perfino un sorta di santo laico come Stoner ha evidentemente bisogno di un’area di conforto che troverà in Katherine, una sua studentessa della quale si innamora. Qui si apre all’interno del romanzo una sorta di digressione o parentesi che pare rompere il ritmo incalzante del racconto. E’ una fase di stagnazione non del tutto convincente in cui le pagine che descrivono i sentimenti che legano i due amanti appaiono un po’ convenzionali. Stoner ovviamente dall’alto della sua purezza etica non sa gestire la doppia vita divisa fra la famiglia in cui è sempre più un estraneo e l’amante. Ma ad una analisi più profonda ancora una volta pare essere Edith la causa della fuga di Stoner verso un focolare che gli riscaldi l’anima trattando il marito con freddo sarcasmo e operando sistematicamente per separarlo dalla figlia: Grace infatti manipolata dalla madre che la vorrebbe più “popolare” ossia più estroversa e superficiale giudicandola troppo timida e delicata vale a dire troppo simile al padre comincia alla fine dell’adolescenza ad abbandonarsi ad una sorta di indifferenza che sfiora il nichilismo diventando “popolare” nell’unico modo che le sembra efficace pur di soddisfare la madre cioè diventando una ragazza “facile” oltremodo disposta ad offrirsi ai coetanei in piena tempesta ormonale.

GRACE, L’ULTIMO FALLIMENTO.

L’ultima fase del libro è magistrale nel descrivere il lento declino di Stoner: perso l’amore dopo la separazione con Katherine, persa da tempo la moglie con cui conserva ormai solo dei rapporti formali e che pare anche soffrire di un principio di insania mentale, persa la stima degli studenti a causa dei continui boicottaggi di Lomax, fisicamente in via di rapido invecchiamento William Stoner deve rinunciare infine anche l’ultimo motivo di sollievo in una vita irta di amarezze: la figlia Grace, la bambina timida e intelligente di un tempo, si trasforma in una donna adulta infelice e disillusa: rimasta volutamente incinta pur di evadere dal soffocante indottrinamento della madre sposa un bravo ragazzo che morirà durante la seconda guerra mondiale. Rimasta sola con la bambina trova aiuto presso i suoceri mentre sempre più raramente va a a trovare il padre anche quando questi si ammala gravemente. Diventa una donna alcolizzata, esistenzialmente spenta, ormai alla deriva sostanzialmente distrutta da Edith. Dimostra di esserne consapevole durante un dialogo col padre che giace allettatto prossimo alla morte.

“Povero papà” sentì dire a sua figlia, e tornò a concentrarsi su di lei.

“Povero papà, le cose non sono mai state facili per te vero?”. Stoner ci pensò su un momento e poi disse: “No. Ma forse non ho neanche voluto che lo fossero.”

“Mamma e io… siamo state entrambe una delusione, per te, E così, vero?”.

(Stoner, p.313.)



Categorie:John Williams

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