The end of the tour. Un viaggio con David Foster Wallace.


The end of the tour non è un film biografico su David Foster Wallace, ma piuttosto una specie o un tentativo di mappatura del carattere, delle ansie e della percezione che Wallace aveva della realtà.

Il film è tratto dal libro che il giornalista di Rolling Stones David Lipsky scrisse in occasione della sua lunga intervista allo scrittore durante un tour di presentazioni e pubblicato dopo la morte di DFW. Il titolo del libro di Lipsky dedicato a Wallace si intitola “Come diventare se stessi”. Appare difficile dire che DFW fosse diventato se stesso: innanzitutto perché per sua stessa ammissione voleva diventare uno sportivo e non uno scrittore; in secondo luogo perché se Foster Wallace fosse diventato se stesso avrebbe raggiunto un grado di serenità mentale che non richiedeva più l’uso di psicofarmaci di cui invece di serviva. Come sappiamo DFW si è suicidato poco più che quarantenne; la depressione è materia troppo complessa per fare delle analisi, un impasto troppo complesso di caratteri ereditari, vicende esistenziali e circostanze avverse perchè se ne possa parlare in generale. Nel caso di DFW si può farse dire che il farmaco o l’autoterapia della scrittura creativa non funzionava più nel senso che non riusciva più a offrire uno stimolo vitale, a essere una ragione di vita.

Ma torniamo al film: uno degli aspetti che mi ha colpito di più è il luogo dove DFW aveva deciso di vivere almeno una parte della sua vita quando, dopo aver pubblicato Infinite Jest, era diventato ricco e famoso. Un posto che a tutta prima sembra la quintessenza dell’anonimato in qualche recesso nel nord degli Stati Uniti (Illinois?) così freddo e umbratile da essere tutto fuorché desiderabile per la maggior parte degli individui. Anche la collocazione della sua villa persa nel più banale piattume ai bordi di uno stradone incasinato e trafficatissimo appare curiosa. Può darsi benissimo che DFW amasse il freddo o che la sua scelta sia stata dettata da ragioni logistiche, ma non si può escludere che la cupezza e obiettiva tetraggine di quel luogo abbiano acuito il suo senso di isolamento. Nel film DFW dice di se stesso di essere un uomo in cui convivono la timidezza e un narcisismo esasperato cioè due tratti contraddittori che in quanto tali sono stati generatori di continua tensione emotiva fra la voglia di isolamento e di apparire. Ma certamente in lui era una gran voglia di comunicare sia verbalmente perché era un buon conversatore anche brillante sia come scrittore come dimostrano le due interminabili descrizioni micro analitiche di luoghi ( ad es. l’accademia tennistica in Infinite Jest) e istituzione (la complessa macchina fiscale americana ne Il re pallido). Non si può negare che la sua fortuna letteraria deriva anche dal suo essere un personaggio facilmente “commerciabile” con la sua mole notevole e la sua inconfondibile “divisa” costituita da camicioni a scacchi, occhialini tondi e bandana. Quella bandana che molti credono sia un vezzo, ma che in realtà serviva a detergere l’abbondante sudorazione: in molti racconti di Foster Wallace uno dei protagonisti, probabilmente una trasposizione narrativa dell’autore, è un bambino o un adolescente che soffre di penose situazione imbarazzanti a causa dei rivoli di sudore che gli inondano i capelli e la faccia.

Il film segue DFW accompagnato da David Lipsky durante le peregrinazioni dello scrittore per presentare i suoi libri in librerie, stazioni radio, eventi pubblici inframmezzate da lunghi dialoghi fra i due mentre viaggiano in macchina o seduti al tavolo di un bar o comodamente seduti sul divano. C’è quindi questo aspetto monolagante e quasi logorroico che si ritrova anche nei libri di DFW. Ma spesso emerge la dimensione periferica e quasi provinciale della realtà fisica in cui DFW evidentemente amava muoversi: piccole librerie, stazioni radio secondarie, location assolutamente standard: non era insomma un newyorchese snob o un bastoniamo chic quanto un esponente dell’America popolare, quella che mangia ai fast food, pensa a lavorare e paga le tasse. E certo è stato un eccellente è ironico scrutatore dell’America consumistica degli elettrodomestici, del trash food che lui stesso divorava in quantità, della tv spazzatura; insomma il cantore di quell’ apocalisse colorata e sgargiante già rappresentata dalla pop art che maschera la solitudine dietro un sipario di parole e di vane chiacchiere.

Il film si concentra sull’apice della carriera di DFW subito dopo la pubblicazione e l’enorme successo di Infinite Jest. E qui secondo me entra in gioco una sorta di politicamente corretto applicato alla memoria di un uomo che non c’è più: Infinite Jest nel corso del film è mitizzato al limite dell’idolatria: viene definito in termini entusiastici da Lipsky e dalla critica letteraria mediatica, un capolavoro da cui sarebbe impossibile interrompere la lettura come fosse un libro che di legge tutto d’un fiato. In realtà secondo molti compreso lo scrivente il romanzo di oltre mille pagine che ha dato fama a DFW è in alcuni tratti tutto meno che coinvolgente. Ci sono lunghe pagine francamente noiose, con un accavallarsi inestricabile di descrizioni che annichiliscono la lettura. Forse anche per questo é vivo oggi il dibattito circa la vexata quaestio: David Foster Wallace è uno scrittore sopravvalutato?: se consideriamo Infinite Jest come la sua massima opera possiamo dire che è senz’altro sopravvalutato. Ma non lo è se consideriamo alcuni racconti o alcuni parabole all’ interno dei romanzi. Una caratteristica della scrittura di DFW infatti sembra essere quella di scrivere una serie di episodi separati e autonomi poi assemblati a formare un romanzo.
Solo che queso lavoro di assemblaggio talvolta appare raffazzonato. La mia impressione è che DFW fosse molto più talentuoso come narratore di novelle o storie brevi che non come romanziere. Il film merita di essere visto? Certamente, ma se ci si aspetta un film pieno di colpi di scena, scintillante o in qualche modo sorprendente si rischia di restare delusi: il film è come è stata la vita di David Foster Wallace cioè, tutto sommato, molto normale. Anzi, molto americana.

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