DAVID FOSTER WALLACE: Il re pallido


Alcuni uffici son come i cimiteri, su ogni porta si potrebbe scrivere:

Qui giace il signor tal dei tali.

(Moritz Gottlieb Saphir)

Il re pallido pur essendo incompiuto è il testo più rivelativo sulla visione che David Foster Wallace aveva della vita e di se stesso: in esso l’autore pare svolgere una lunga confessione, non sappiamo fino a che punto consapevole, in cui pare perfino trasparire il motivo esistenziale che hanno condotto l’autore a suicidarsi in quel maledetto 12 settembre 2008.

La depressione e il disagio psichico di cui evidentemente DFW soffriva sono un mistero profondo e inesplicabile che né psicologo, ne psichiatra, nè teologo, né filosofo e figure affini è in grado di chiarire completamente specialmente quando riguardano un uomo intelligente, ricco di talento, con una vita satura di impegni e al riparo da preoccupazioni economiche come Foster Wallace: un malessere innominabile che risulta forse da un misto di delusione, mancanza di prospettive, abbandoni affettivi e altro ancora da cui scaturisce il sentimento della noia mortale che attanaglia la persona ovunque sia e qualunque cosa faccia. E proprio la noia con il suo immedicabile grigiore e mancanza di stimoli che Foster Wallace mette in scena ne Il re Pallido come protagonista assoluta. La noia che con una definizione più opportuna tratta dall’antico monachesimo possiamo tradurre come acedia, qualcosa di simile a una malattia dell’anima.

SUA MAESTA’ LA NOIA

Per rappresentare con la maggior efficacia possibile il sentimento del tedio profondo che attanaglia la vita della maggior parte degli uomini lo scrittore adotta una trovata geniale: decide di utilizzare come contesto della storia la realtà lavorativa che probabilmente rappresenta nell’immaginario collettivo la quintessenza della noia ossia la burocrazia, le procedure amministrative, gli intricatissimi meccanismi fiscali e tributari dell’Agenzia delle entrate americana. Il vero eroismo, afferma un supplente del corso universitario di “Fisco avanzato” consiste nell’essere più forte della frustrazione che deriva da un lavoro tedioso, poco gratificante, ripetitivo e che non riceve alcuna gratitudine.

…ecco una verità: sopportare la noia nel tempo reale in uno spazio confinato: qui sta il vero coraggio. Una sopportazione che è, guarda caso, il distillato di ciò che oggi è, in questo mondo che nè voi, nè io abbiamo fatto, eroismo. E con questo intendo vero eorismo non l’eroismo che conoscete dai film o dalle fiabe per bambini. L’infanzia è ormai agli sgoccioli; siete pronti a reggere il peso della verità. La verità è che l’eroismo dei vostri passatempi infantili non era un vero valore. Era teatro. Il grande gesto, il momento della scelta, il pericolo mortale, il nemico esterno, il risultato della battaglia cruciale che risolve tutto: tutto concepito per apparire eroico, per entusiasmare e gratificare un pubblico. Un pubblico.
Signori, benvenuti nel mondo della realtà: non c’è pubblico. Nessuno che applauda, che ammiri. Nessuno che vi veda. Capite? Ecco la verità: il vero eroismo non riceve ovazioni, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la fila per vederlo. Nessuno se ne interessa.
Il vero eroismo è incompatbile a priori con il pubblico, l’ applauso e perfino con l’accorgersi dell’esistenza dei comuni mortali. Anzi meno un lavoro pesante appare eroico, divertente, avvincente e perfino interessante o impegnativo in senso convenzionale, più è potenzialmente un’arena per il vero eroismo e perciò una forma di gioia che per voi, signori, non ha termini di paragone.

L’AGENZIA DELLE ENTRATE COME METAFORA.

Gran parte della vicenda infatti si svolge presso la filiale dell’Agenzia (Ccr) di Peoria, Illnois cioè uno dei molti distaccamenti territoriali di quell’entità tentatcolare e insondabile che è l’organizzazione americana per la raccolta e il controllo delle dichiarazioni dei redditi. A causa di uno spassoso equivoco uno dei personaggi principali del romanzo, il neo assunto David Wallace (omonimo dell’autore del romanzo) viene scambiato per un pezzo grosso che ha lo stesso nome trasferito da un’altra sede. A partire da questo fraintendmento che viene presentato a due terzi del libro, si dipana la vicenda il cui significato metaforico è chiaro: Il Centro controlli fiscali di Peoria con i suoi immani edifici, i suoi misteriosi corridoi, i personaggi enigmatici che che lo animano tra cui due fantasmi di ex dipendenti di cui uno è rimasto tre giorni alla sua scrivania prima che qualcuno si accorgesse che era morto, non rappresenta altro che la vita in generale con la sua noia profonda e il senso di inutilità che trasmette: si tratta di una variante moderna de Il Castello di Kafka, una realtà fisica e burocratica assolutamente incomprensibile nelle sue dinamiche di funzionamento, muta, sorda  e completamente refrattaria a qualsiasi tentativo di comprenderne il significato.

All’interno di questa struttura l’unico aspetto che sembra conferire vitalità è la lotta di potere che si sviluppa fra due opposte fazioni: da una parte i tradizionalisti rappresentati dai personaggi di Glendenning e Leonardo Stecyk che credono ancora che nell’Agenzia delle entrate la componente umana resta fondamentale, che svolga una missione morale e che pagare le tasse sia un’azione patriottica; dall’altra parte sono schierati gli innovatori rappresentati dai personaggi di Errol Lehrl Merrell coi suoi tirapiedi Sylvanshire e Reynolds i quali intendono l’Agenzia nient’altro che come un meccanismo ben oliato in cui i dispositivi informatici devono sostituire gli uomini per costringere il contribuente a pagare fino all’ultimo centesimo. Due concezioni e due filosofie completamente diverse e che si combattono senza esclusione di colpi.

ANALOGIE RICORRENTI

Ma questi sono gli aspetti più evidenti e forse anche più superficiali del romanzo che invece rivela inaspettatmente molto sulla personalità di David Foster Wallace. Innanzitutto il libro, come molti testi dell’autore, soffre di una sorta di immobilismo narrativo: la storia infatti è densa di episodi già narrati in altri romanzi o racconti e, a parte poche varianti formali, alcuni frammenti narrativi ridondano da altri testi. A titolo di esempio ne possiamo individuare almeno tre: la precisione millimetrica con cui viene descritta la filiale dell’Agenzia di Peoria è speculare a quella con cui è descritta l’E.T.A ossia l’Accademia tennistica di Infinite Jest. In entrambi i casi dobbiamo fare i conti con un dedalo intricatissimo di uffici, corridoi, edifici, scantinati, scale, aree esterne descritti spesso in modo noiosamente logorroico; in secondo luogo è palese la propensione di DFW per le morti ridicole che colpiscono non casualmente il padre di uno dei protagonisti. Ne Il re pallido il padre di uno dei personaggi muore restando incastrato fra le due porte scorrevoli di un vagone della metropolitana e finisce schiantato contro le pareti della galleria quando la motrice parte fra l’orrore generale delle persone in attesa sulla banchina. Morte analoga, quanto a comicità, a quella di James Incandenza anch’egli genitore e fondatore dell’E.T.A. che in Infinite Jest muore suicida infilando la testa in un forno a microonde. Infine anche qui è presente la situazione ricorrente in molta narrativa di Foster Wallace che riguarda un personaggio attanagliato suo malgrado da una ridicola nevrosi vissuta come un dramma emotivo che provoca abbondantissime e imbarazzanti sudorazioni in pubblico. Da rilevare infine in linea generale come i libri di DFW siano incredibilmente costellati di personaggi malati nel corpo o sofferenti nella psiche o entrambe le cose; non possiamo escludere che l’autore abbia proiettato su di essi la percezione che aveva di se come uomo in qualche modo esistenzialmente sofferente.

Queste ripetizioni narrative sono a mio avviso uno dei limiti di DFW; il lettore ne riceve una sensazione di rimasticato e di già visto che conferisce ai suoi racconti una fissità monolitica, un glaciale e freddo immobilismo che solo l’inserto di molti episodi collaterali ridicoli riesce a mitigare. In molti suoi libri si avverte la presenza di un grande talento che non riesce definitivamente a decollare, di un autore che interessa, ma che non riesce a coinvolgere emotivamente come se ci fosse una distanza minima ma incolmabile che separa il lettore dalla storia. Ma soprattutto emergono da Il re pallido due aspetti che gettano qualche lume sull’uomo Foster Wallace: la noia che domina la vita rattrappita e banale degli impiegati dell’Agenzia delle entrate forse è specchio e immagine della noia profonda che ha condotto DFW alla crisi finale e, in secondo luogo, una lunga confessione finale in cui uno dei personaggi, Meredith Rand, confida al collega Drinion tutto il suo disagio, la sua depressione e il suo male di vivere indirettamente e paradossalmente provocate dalla sua avvenente bellezza. Anche in questo caso risulta palese un’analogia con la confessione del protagonista monologante del racconto Caro vecchio neon: in entrambi i casi DFW sottolinea la nota dominante della vita dei confessanti ovvero l’impostura come tendenza ad agire e parlare in modo inautentico al fine di cattivarsi la comprensione e la simpatia degli interlocutori. Atteggiamento che Foster Wallace per bocca dei suoi personaggi denuncia come caratterizzato da immaturo infantilismo.

E’ come se Foster Wallace si guardasse allo specchio e ci raccontasse ciò che vede: la noia della vita all’Agenzia delle entrate con i suoi astrusi moduli da compilare e controllare e le sue tediosissime procedure burocratiche rappresenta forse la sterilità emotiva della sua stessa vita e sempre più priva di stimoli mentre gli atteggiamenti infantili e inautentici di alcuni suoi personaggi sembrano riguardare la sua stessa fragilità, la sua incapacità di diventare finalmente e psicologicamente adulto. Ma quello che DFW tratteggia non è solo un auoritratto: è anche e soprattutto per esteso uno sguardo che abbraccia tutti e che disegna il profilo di una condizione generale di stanchezza e aridità che riguarda gran parte delle persone. Lo stesso titolo del libro Il re pallido rappresenta un mistero: chi è il re pallido ? Il titolo sembra alludere a una personalità regale il cui pallore tuttavia indica uno stato di sofferenza: dobbiamo forse concludere che si tratta di un’immagine autobiografica ?  Oppure dell’icona di un’umanità sempre più malata nell’anima?  O ancora la rappresentazione della noia stessa che esercita il suo arido dominio? Non possiamo escludere nè l’una, nè l’altra ipotesi o considerarle tutte. Può essere anche che Foster Wallace abbia lasciato incompiuto il suo ultimo romanzo proprio perchè aveva capito che nemmeno più la scrittura creativa, che per lui doveva essere una delle poche o forse l’unica fonte di vitalità, riusciva a distrarlo dal tedio disperato che lo consumava.

 

 

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