di Marco Sambruna.
Una notte da cani.
Un incubo fastidioso a mezzo fra il pauroso e il ridicolo. Ero in una specie di aula magna, sapete di quelle a forma di anfiteatro che assomigliano alla valva di una conchiglia.
Stava tenendo una conferenza un giovane di una trentina d’anni, il classico tipo di giovane predestinato di buona famiglia, di quelli che a 10 anni sanno già esattamente cosa fare di se stessi. Insomma di quelli che a 30 anni sono già dei vincenti, hanno risolto tutti i problemi pratici più urgenti come trovare lavoro, avere un buon reddito, condurre una vita linda e ordinata rispettosa della legge e delle regole di convivenza. Insomma quel genere li, ecco.
Il giovane aveva i capelli corti chiari, indossava un pullover di non ricordo che colore, forse blu scuro “ministeriale”.
Teneva la sua conferenza con tono gioviale e disinvolto, alla mano, con grande empatia. Sorrideva mentre esponeva la sua tesi su un determinato argomento. Aveva un bel viso fine, ben rasato, lineamenti piacevoli.
Ma a un certo punto qualcosa di strano è accaduto. Del giovane è rimasta solo la testa parlante come se fosse stato decapitato ma in modo incruento, direi morbidamente. Più che decapitato tranne la testa il resto del suo corpo è semplicemente scomparso, svanito.
L’aspetto buffo di tutta la faccenda cioè del sogno è che la sua testa parlante ha per così dire continuato a funzionare appoggiata su un banco; la sua testa continuava tranquillamente a sorridere e parlare, parlare e sorridere col suo tono brillante e ben impostato. Sembrava un personaggio da cartoni animati ma lui pareva non essersi accorto di essere ridotto alla sola testa.
Sono convinto che se qualcuno lo avesse attaccato – cioè attaccato la sua testa – con una fiamma ossidrica provocandone un lento e costante scioglimento lui non si sarebbe scomposto minimamente, avrebbe continuato a parlare normalmente finché la testa non si fosse completamente sciolta e di lui non fosse rimasto che una pozza rosea come la chiazza che lascia una candela consumata dalla fiamma.
Per scuotermi di dosso quel sogno idiota prima di tutto ho bevuto una tazza di caffè invece del solito tè verde. La mia cucina assomiglia sempre più a un campo di battaglia. Cerco di sistemarla a pezzi, ma misteriosamente in un modo che nemmeno io capisco poi tutto torna come prima in disordine. Oggi poi non sono andato a lavorare, ho preso un giorno di congedo per un importante affare che devo sistemare. Sapete, lavoro in un concessionario di automobili di lusso, roba fina, macchine dai 200cv in su, sei cilindri, la più economiche costano 70-80 euro.
Tutte Volvo, Mercedes, BMW, Porsche.
Che ruolo ho nel concessionario ?
Bè ecco, veramente mi vergogno un po’ a dirlo. Non so se dirlo o non dirlo. Vabbè visto che tanto non fa più tanta differenza leggere o non leggere questo scritto lo dico.
Si, però mi vergogno.
Vabbè lo dico, dai.
Pulisco le macchine che sono consegnate per i tagliandi. Ecco, l’ho detto. Non che averlo detto mi abbia liberato da un peso come sarebbe stato se lo avessi detto a voce a qualcuno di voi.
Oddio, non proprio a tutti lo avrei detto ci mancherebbe. Ma a qualcuno lo avrei detto. A voce.
Si, lo ripeto: pulisco le auto che vengono riconsegnate dopo il tagliando. Le pulisco internamente con stracci e prodotti appositi per il cruscotto, per togliere macchie dai sedili poi passo ben bene l’aspirapolvere sui tessuti, nelle fessure fra sedile e freno a mano, sui tappetini anteriori e posteriori.
Poi passo al lavaggio esterno con acqua a getto dosabile, poi detersivo schiumoso, poi risciacquo, poi ceratura con apposita lancia. La parte più difficile è lavare i cerchioni delle ruote perché devo stare prono come una capra come se stessi baciando la scarpa di un potente.
Si, insomma diciamola tutta: se il mio lavoro è imbarazzante, pulire i cerchioni assumendo quella postura è addirittura umiliante.
C’è una seconda cosa che devo confessare, ma dopo aver rotto il ghiaccio mi riesce meno difficile. E poi se una cosa è da dire è da dire e basta, uno chiude gli occhi e la dice come viene viene.
I miei colleghi mi prendono in giro, mi deridono, credo a causa del fatto che al concessionario sono l’ultima ruota del carro e per una certa goffaggine nello svolgere operazioni varie. Inoltre non socializzo per scelta sia perché non mi fido sia perché -soprattutto- non ho molto da dire.
E poi cosa potrebbero dirmi i miei colleghi cosi efficace da cambiarmi la vita? Qualche frase stronza alla Osho forse tipo “Se non trovi la tua stella polare, sarà la tua stella polare a trovare te” o “non cercare il senso della vita, ma la vita del senso”. Tutte frasi insulse, mi han sempre fatto l’ impressione di un chewing gum troppo masticato.
Quarant’anni.
Dopo colazione mi sono guardato allo specchio del bagno: il mio viso carnoso dai lineamenti incerti sembra gonfio, il volto di uno che non sta bene anche se – incredibilmente – una donna che conosco vedendomi dopo molti mesi mi ha detto che sembravo emaciato. Ma emaciato significa essere scarni, smagriti, succhiati, vizzi, rinsecchiti. Io al contrario mi sento gonfio, enfio, cascante come le guance di un bulldog vecchio. I capelli sono ancora belli; brizzolati al punto giusto, non foltissimi, ma ben distribuiti. Lo sguardo sembra lontano. La barba né corta né lunga, semplicemente trascurata come tutto il resto.
Chissà perché il termine “faccia” per definire il proprio volto mi ha sempre dato fastidio. “Volto” appunto è più umano, spira più calda e profonda umanità. Non per caso si parla di “volto di Cristo” e non di “faccia di Cristo”.
Comunque mentre ero lì a esaminarmi la faccia hanno suonato al campanello.
Ho avuto un attimo di esitazione, indeciso se aprire o meno la porta. Fra l’opzione A, cioè aprire e l’opzione B cioè non aprire ho scelto l’opzione C cioè chiedere chi era senza aprire.
Ho usato volutamente un tono brusco per trasmettere l’idea a chi era oltre la porta che mi aveva disturbato.
-chi è?- ho detto quasi urlando.
-sono la vicina di casa…-
In breve la famiglia del piano di sopra appena arrivata per un paio di settimane ha ammorbato tutto il condominio con i suoi lavori di ristrutturazione e la signora era venuta a scusarsi offrendo un piccolo regalo.
Di aprire non avevo voglia anche perché non volevo lasciarmi distrarre dal mio proposito, né avere una testimone che potesse dare informazioni sul mio conto se interrogata.
-va bene, mi dia questo oggetto- ho detto sempre su un tono seccato e senza ringraziare.
Ho aperto uno spiraglio della porta e allungato fuori una mano per afferrare l’oggetto. La signora me lo ha messo in mano mormorando nuovamente le sue scuse per il disagio provocato con una voce mortificata, quasi in lacrime.
L’oggetto era avvolto in carta regalo rossa con delle buffe faccine di orsacchiotti.
L’ho preso e l’ho gettato nel cestino dei rifiuti in cucina sotto il lavabo assieme agli scarti dell’umido.
Non potevo distrarmi proprio nel momento che richiedeva più concentrazione, quello di scrivere a mia moglie.
…..
Cara Gloria,
sono consapevole che tornare a casa dal lavoro stanchi e nervosi e leggere quello che leggerai non è esattamente un bijoux. Quindi mettiti comoda e allacciati le cinture perché quello che sto per scriverti non è proprio una notizia piacevole. Almeno non lo è per te, sebbene lo sia molto per me.
Un mese fa ho avuto un incredibile colpo di fortuna: ho vinto 200.000 euro al “Grattone Miliardario” da 20 euro.
Non te l’ho detto allora perché prima di comunicarti la bella notizia volevo essere sicuro di incassare la somma vinta. Due giorni fa ho avuto la conferma, i soldi sono depositati su un conto a mio nome.
Ora però devo dirti un altra cosa: ho deciso di andarmene con quei soldi. Dove, chiederai tu. Ovunque e da nessuna parte. Come sai ho sempre sognato di essere itinerante, fermarmi in un abitazione stabilmente per lunghi periodi o peggio l’intera esistenza non ha mai fatto per me. Già dopo un paio d’anni comincio a stare male. La vita è noiosa, l’unica cosa che può renderla effervescente e spezzare la noia sono i soldi. I soldi sono una benedizione di Dio e io ho deciso di sfruttare questa benedizione per acquistare la libertà.
La sveglia alle sei e mezza, il caffè in cucina, scendere le scale, prendere la metro, andare al concessionario a lavare macchine per quattro ore, mezz’ora di pausa per mangiare un panino, poi altre quattro ore di lavoro, la pausa caffè, la metro, la risalita delle scale, la cena, la TV, il letto. Ieri uguale a oggi, oggi uguale a domani, domani uguale a dopodomani. Tutto questo è assurdo.
Così assurdo che da qualche mese stavo pensando al suicidio, nulla ormai per me aveva senso. Ho esitato a lungo perché ero indeciso sul metodo, ma non temere, non mi avresti trovato impiccato in garage o adagiato nella vasca da bagno. Poi un giorno sospinto da una illuminazione o intuizione (chiamala come vuoi) ho deciso di imboccare l’autostrada, fermarmi all’autogrill e comprare un ‘Grattone Miliardario”. L’ho lasciato nel cassetto della scrivania un paio di giorni, poi ho grattato.
Ti chiederai perché abbia deciso di andarmene invece di stare qui con te a godermi i quattrini. Non lo farò perché voglio rinascere altrove, lontano da tutto quelli che conosco. E poi in verità non desidero condividere i miei soldi con te. Non per egoismo, ma perché mi saresti d’impiccio costringendomi a spenderli in cose che non mi interessano. A me invece servono per essere libero di andare dove voglio senza lavorare. La libertà dal lavoro è l’unica che conti, davanti alla quale le altre sono solo palliativi.
Dunque lo ammetto senza problemi, la mia è una fuga, ma una fuga organizzata: ho pagato il mutuo residuo e sono andato da un avvocato per compiere una donazione a tuo favore, l’atto ti arriverà tramite posta fra qualche giorno. Ora la casa è interamente tua e sgravata del mutuo.
Inoltre ti lascio la macchina.
Per quanto riguarda i miei effetti personali porterò con me ben poco oltre i documenti. Prenderò la valigia che abbiamo comprato per quel viaggio a Parigi che non abbiamo mai fatto con un paio di ricambi, qualche felpa, i jeans, tre camicie e poco altro perché altro non mi serve. Come dice il protagonista di un celebre film l’indispensabile alla vita ci sta in uno zaino di medie dimensioni.
Mi sembra giusto così.
Ti invito vivissimamente a non cercare di rintracciarmi: primo perché lasciare tutto e andarsene non è reato, nessuna legge può impedire ad alcuno di cambiare vita anche se questo cambiamento risulta incompresibile ai più. Secondo perché non mi troveresti, è molto facile che dopo un tour che ho intenzione di fare vada all’estero in qualche paese dove quei duecentomila euro possano durare più a lungo. Ecco, senza volere ti ho dato un’ indicazione su dove potrei andare. Ma non ti servirà, sulla meta non ho ancora preso decisioni definitive. Semplicemente andrò dove avrò più voglia di andare.
Certo 200 mila euro sono una grossa cifra, ma non illimitata. Questo significa che se finiranno anzitempo troverò il modo di procurarmene altri, ho smesso di preoccuparmi del futuro.
È molto probabile che non ci vedremo mai più. Ovvio – anche se non ci sarebbe bisogno di specificarlo – che sei libera, come si suol dire in questi casi, di rifarti una vita. Non che tu abbia bisogno del mio permesso beninteso, ma ti auguro di vero cuore un nuovo inizio se questo potrà renderti contenta di essere al mondo. E comunque ti auguro tutto quello che ti auguri.
Addio.
Ho lasciato il biglietto sul tavolo della cucina ben in vista sotto una tazza.
Poi sono andato in camera, ho preso la valigia dall’armadio e mi sono messo il giubbotto da aviatore. Stavo già per uscire quando mi è venuta in mente una cosa.
Sono tornato in cucina e ho recuperato dal cestino dell’umido l’oggetto regalato dai nuovi vicini. Ho scartato il pacchetto, era una di quelle candele profumate di forma cilindrica che si vendono nei negozi di oggettistica. Sapeva di agrumi.
Nell’ impatto col secchiello per fortuna non si era troppo rovinata.
Era ancora recuperabile.
Ho deciso di portarla con me.
Lettura: https://youtu.be/FUGeqd_e-NQ
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