David Foster Wallace, Infinite Jest


Come ridere dell’Occidente. Ma anche piangerne

 

Alcune avvertenze su Foster Wallace:

E’ un autore a tratti assai difficile da leggere a causa di una certa tendenza alla diarrea lessicale da cui è affetto secondo la felice definizione di Dave Eggers.

infinite jestQuesto significa che decine e decine di pagine risulteranno per il lettore medio, ossia quasi tutti, di una noia mortale in quanto microanalitiche nelle descrizioni, puntigliose fino all’ossessione nel focalizzare particolari quasi sempre insignificanti,  inutilmente pedanti nel voler precisare situazioni e caratteri già chiari. Insomma ampie parti dei suoi romanzi sono più pesanti di un polpettone familiare servito all’ora di cena poco prima di coricarsi quando le palpebre sono già cadenti.

In Infinite Jest, ad esempio sono interminabilmente ai limiti della leggibilità le parti che pretendono di descrivere ossessivamente il complesso dell’ETA (Enfield Tennis Academy) o le regole che presiedono al gioco dell’ Eschaton.

 Foster Wallace, di questo sono quasi convinto, intende la scrittura come metodo di autoterapia per uscire dallo stato di nevrosi depressiva che lo ha fatto soffrire tutta la vita e che, con tutta probabilità, lo ha condotto al suicidio. Ciò significa che a tratti anche il suo stile ha qualcosa di nevrotico nel senso che interrompe una narrazione con continui inserti digressivi apparentemente inutili circa l’economia del racconto.

Significa che a DFW sembra non importare nulla di intrattenere il lettore rendendo leggibile il suo libro. Ciò che gli importa invece è riuscire a proiettare se stesso in ciò che scrive in un iter di autoconoscenza nel tentativo di vincere l’isolamento esistenziale che ne avvelenava la vita.

E’ autore alquanto politicamente scorretto – e questo non è un limite, anzi – per cui satura i suoi racconti di personaggi inconsueti quali: disabili che patiscono a causa di deformità esageratamente enfatizzate e grottesche, tossicodipendenti e alcolisti che hanno perso la dignità anche nel compiere le più elementari funzioni quotidiane, tutta una schiera di emarginati, derelitti, sconfitti della vita di cui DFW non ha paura di mostrare le debolezze e, spesso, le bassezze morali. DFW infatti ha una concezione pessimistica sulla possibilità dell’essere umano di risultare almeno sopportabile se non proprio accettabile.

Insomma non è autore per quelli che negli USA chiamano snowflakers ossia fiocchi di neve: persone, specialmente giovani, dai delicatissimi equilibri psicologici, affetti da infantilismo acuto, bisognosi di essere protetti dalle brutture della vita cresciuti in limbi iperprotetti e quindi fondamentalmente irrealistici. Insomma quelli che Italia generalmente si sogliono definire bamboccioni.

A causa della sua tendenza a dire le cose come stanno circa la natura dell’essere umano DFW per taluni può apparire come un’autentica carogna.

INFINITE JEST: UN ROMANZO DANTESCO.

Infinte Jest è una sorta di Divina Commedia dei nostri tempi, ma venata di nichilismo quasi sempre grottesco che tende a porre in ridicolo la modernità laicista con tutte le sue conquiste che non sono in grado di cambiare di una virgola il dato perenne della condizione umana: il dolore.

Il dolore nei suoi aspetti più deformi e grotteschi è il vero protagonista del romanzo che accompagna la vita dei protagonisti.

La Cornice fantapolitica in cui si incasella il romanzo in un futuro non troppo lontano è una realtà territoriale chiamata ONAN ossia la prima parte del termine “onanismo” a sottolineare la qualità masturbatoria e quindi autoreferenziale ed egoistica della società contemporanea.

L’ONAN è una nuova realtà statale iper – burocratizzata che include Canada, Stati Uniti e Messico il cui simbolo è la bandiera nazionale che raffigura un aquila (USA), che indossa un sombrero (Messico) e regge fra le zampe una foglia d’acero (Canada).

Gli Stati Uniti sono retti dal presidente ed ex cantante confidenziale Johnny Gentle maniaco dell’igiene e della pulizia che decide di far accumulare tutto il pattume prodotto dal Nord America nella cosiddetta Concavità cioè un territorio al confine fra Stati Uniti e Canada disabitato trasformato quindi in una sterminata discarica collettiva.

La politica americana consiste quindi nell’ experialismo cioè il contrario dell’imperialismo: non si tratta infatti di conquistare nuovi territori, ma di cederne. La Concavità è l’oggetto del contendere: mentre gli Stati Uniti vorrebbero incorporarlo al Canada, quest’ ultimo recalcitra soprattutto a causa dei separatisti del Quebèc di cui fa parte la fantomatica organizzazione degli Afr (Assassini des Fauteuil Rollant) costituita da disabili su sedie a rotelle estremamente decisi a impedire l’accorpamento della Concavità ai territori del Quèbec canadese.

A loro si oppone l’ufficio USA dei Servizi Speciali non Specificati nella persona dell’agente Steeply abilissimo nei travestimenti e in contatto con Marathe uno degli Afr che pratica il “doppio doppio gioco” ossia finge di servire il Quèbec separatista mentre fornisce informazioni all’Ufficio dei Servizi Speciali non Specificati e quindi agli USA e viceversa.

Lo scopo di Marathe, uno dei personaggi più commoventi fra i molti di Infinite Jest, è in realtà quello di incassare più denaro possibile grazie ai suoi maneggi spionistici in modo da far curare la moglie Geltraude gravemente disabile in quanto nata priva di scatola cranica.

Paradiso: ETA, Enfield Tennis Academy.

Personaggi: James Incandenza detto anche “Lui in Persona” o “la Cicogna Matta”, fondatore dell’ETA poi suicidatosi infilando la testa in un forno a microonde. Celebre come regista di filmati d’essais per un pubblico di esperti per lo più incomprensibili e di una noia mortale. Tra questi c’è anche quello intitolato Infinite Jest, un documentario in grado di ridurre in uno stato catatonico irreversibile chiunque lo guardi dopo pochi minuti di visione. Le copie del filmato sono introvabili.

Avril Incandenza: moglie di James Incandenza detta anche “la Mami”;

Charles Tavis, fratello di Avril e leader dell’ETA dopo la morte di James.

Hal, Orin e Mario Incandenza, figli di James ed Avril Incandenza: il primo tennista, il secondo giocatore di football americano il terzo, gravemente disabile, regista d’esssais sulle orme del celebre padre.

La corte di tennisti adolescenti include il campioncino John Wayne amante di Avril, il trafficone Pemulis, il promettente LaMont Chu, Orto Stice, Struck, etc  e gli insegnanti DeLint, Schacht tipico tedesco conservatore di stampo prussiano, Nwangi nero dai denti smaglianti, etc

Purgatorio: Ennet House, centro di recupero per tossici e alcolisti.

Personaggi: Pat Montesian direttrice, Don Gately, capo dello staff ausiliario ed ex ricoverato nella struttura, Joelle van Dike, membro dell’UDRI (Unione Deformità Repellenti e Improbabili; si tratta di una misteriosa confraternita i cu membri si nascondono il volto dietro un sottile velo), Randy Lenz ossessionato dal desiderio di avvelenare cani e gatti per pura malvagità, Charles Thrust, etc.

I residenti hanno l’obbligo dii cercarsi un lavoro fuori dalla struttura come elemento del programma di recupero riducendosi a fare i lavori più assurdi e ridicoli e di partecipare agli incontri degli Alcolisti Anonimi e associazioni analoghe dove ciascuno deve adottare un Potere Superiore, ossia un entità metafisica qualsiasi, che lo aiuti a uscire dalla dipendenza sia esso Dio, Manitù, Un illustre trapassato o perfino il diavolo.

Inferno: “La Fuori” secondo l’espressione usata dai residenti della Ennet House, ossia la quotidianità, la vita di tutti i giorni dove sono immerse la maggior parte delle persone. “La Fuori” è dunque un luogo di dolore e di competizione dolorosa contro gli altri, contro le delusioni della vita e infine perfino contro le proprie debolezze e infermità psichiche o fisiche.

I giovani rampolli borghesi dell’E.T.A. sembrano riferirsi alla stessa realtà quotidiana deprimente e competitiva quando parlano dello “show” cioè il circuito del tennis professionistico cui solo una sparuta minoranza di loro approderà. Lo “show” con i suoi pochi campioni e i suoi molti esclusi destinati a essere nella migliore delle ipotesi dei buoni tennisti dilettanti è una metafora della vita.

Il dolore è il protagonista principale del romanzo.

A rappresentarlo DFW chiama in scena una schiera nutritissima di personaggi variamente sofferenti a causa di handicap fisici e/o mentali, tossicodipendenti, alcolisti, disadattati, nevrotici e psicotici in un grandioso affresco quasi di tipo dostojevskiano.

Probabilmente l’alter ego di DFW è James O. Incandenza cioè il pater familia del clan Incandenza: come DFW infatti J.O. Incandenza appare malato di nervi, congelato in un isolamento emotivo che non gli permette di rompere il guscio dell’incomunicabilità che lo tiene prigioniero. Più volte nel corso del romanzo J.O. Incandenza è descritto da DFW come incostante, freddo, glaciale, emotivamente anafettivo, un cerebrale privo di viscere, un intellettuale privo di veri e spontanei slanci vitali. Più o meno allo stesso modo l’amico di DFW, il giornalista  Jonathan Franzen, descrive il carattere dello scrittore dopo il suicidio definendolo come “incapace di uscire dall’isola di se stesso”. ( qui )

Curiosamente a J.O. Incandenza sembra opporsi la figura della moglie Avril Incandenza detta dai figli  la “Mami” che al contrario appare amorevole, sollecita e comprensiva salvo scoprire nell’ultimo quarto del romanzo che il gelido e apparentemente indifferente J.O. Incandenza è più capace di amore verso i figli Orin, Hal e Mario di quanto non lo sia la “Mami” in realtà gravemente dissociata nel rapporto fra comportamento evidente all’esterno e pensiero: lei apparentemente così buona e comprensiva è invece così egoica e ripiegata su se stessa da non essere riuscita nemmeno a cambiare i pannolini al figlio disabile Mario quando questi era infante, come lei stessa confesserà a Mario stesso; il fatto cerchi di giustificarsi pateticamente dicendo che questa operazione le era impossibile non a causa delle ripugnanti disabilità del figlio, ma per altri imprecisati motivi, non fa che confermare la prima impressione ossia che non poteva accudire il figlio come qualsiasi madre farebbe perché i pesanti handicap di Mario le ripugnavano e forse tuttora le ripugnano.

I suoi comportamento suonano falsi e artefatti ai figli e alle persone che hanno modo di incontrarla come Joelle van Dyke prima fidanzata di Orin e poi amante del padre di quest’ultimo J.O. Incandenza.

L’intreccio di drammi umani e senso del grottesco attraversa tutto il corso del romanzo con numerose digressioni sul tema dal corpo principale del racconto.

Il Dolore che ricorre in tutto il romanzo non è meno penoso per il fatto che le  infermità di numerosi personaggi sono descritte in termini grotteschi: un uomo che deve rinunciare a una carriera di ballerino a causa di un incidente che lo obbliga a indossare una scarpa ortopedica dotata di una spessa suola stile Frankenstein per poter deambulare in qualche modo fra la cucina e il soggiorno reggendo in bicchiere alcoolico mentre biascica frasi di disarticolato sconforto; un intera famiglia sterminata un membro dopo l’altro da un avvelenamento che si trasmette a causa del tentativo di ciascun familiare di rianimare il parente trovato a terra avvelenato tramite respirazione bocca a bocca; un promettente giovane tennista che vuole vincere per dimostrare al padre scettico il proprio talento sportivo che si disintegra i legamenti durante una partita che sta dominando a causa di una rovinosa caduta nel tentativo di ribattere una palla impossibile mentre il freddo e anafettivo padre lo guarda e commenta che il figliolo “è bravo, ma non sarà mai un campione”.

Per DFW l’uomo, qualsiasi uomo anche il più dotato è incapace di guarigione giacché, sembra essere il suo messaggio, in un modo o nell’altro siamo tutti malati. Nessuno da solo ce la farà mai a risolvere le proprie infermità visibili o invisibili, ma occorre una Redenzione, occorre Qualcuno, ammesso che esista, che recuperi  l’uomo riscattandolo dalla sua drammatica e ridicola precarietà fisica e morale.

L’ umanità del romanzo è socialmente dominata dall’ “intrattenimento” costituito dal rumore bianco che in sottofondo accompagna la quotidianità occidentale: interminabili serie TV, noiosissimi film d’autore, comunicazioni pubblicitarie, riviste patinate, inondazioni di oggetti di consumo specialmente per la cura del corpo. Tutta una serie di feticci che come una Nuova Religione plasmano l’identità collettiva verso la dipendenza dall’edonismo e dall’apparire.

La dipendenza da droghe, alcool, farmaci che schiavizzano molti dei personaggi di Infinite Jest è un modo disfunzionale di liberarsi dalla gabbia asfittica del circuito commerciale fatto di cure, strutture sanitarie, incontri di gruppo che li riducono a piagnucolosi mendicanti di attenzione privi di virilità. Non a caso il termine stesso di gabbia ricorre frequentissimo nel linguaggio della famiglia Incandenza.

Solo tramite la dedizione totale a qualcuno per cui ci si sacrifica può consentire un autentico sviluppo personale. In questo eccellono i personaggi più sfortunati e socialmente emarginati di Infinite Jest: Mario Incandenza, così deformemente disabile da necessitare di un complicato meccanismo che lo puntelli per poter restare fermo in piedi che cerca in qualche modo di sostituire il padre defunto James Incandenza improvvisandosi cineasta d’essais al solo fine di mantenere coesa la famiglia; Marathe, che nonostante l’handicap che lo costringe su una sedia a rotelle, si impegna in un rischiosissimo “doppio doppio gioco” con l’obiettivo di provvedere cure avanzate alla moglie anch’essa disabile; Don Gately che nonostante sia stato in galera per reati legati a furti, truffe e droga mostra un’inaspettata nobiltà d’animo quando per difendere un residente della Ennet House nel corso di una rissa finisce mutilato e fin di vita all’ospedale.

Solo dagli umili, dagli esiliati dal successo e dagli ultimi è possibile ravvisare un bagliore di luce in un oceano di idiozie di marca nevrotica che agisce la massa costringendola alla schiavitù di tic compulsivi che hanno qualcosa di intrinsecamente malvagio e che nessuna ideologia, nessuna struttura di potere o amministrativa, nessuna terapia è in grado di estinguere.

L’ENIGMA FINALE

Riguarda le ultime venti o trenta pagine del libro: un profluvio immane di violenze stile Arancia meccanica in totale discontinuità rispetto al resto del romanzo mi ha lasciato di stucco.

Ricorda per certi versi Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini anch’esso disarmonico rispetto a tutte le opere precedenti del regista. Forse Foster Wallace aveva fretta di finire questo interminabile romanzo di quasi 1500  pagine in qualche modo.

Il finale mi appare infatti affrettato, precipitoso, ma il fatto finisca con una dose massiccia di ultra violenza mi lascia perplesso. Forse l’autore dopo centinaia di pagine di autocontrollo si è lasciato andare e rilasciati i freni inibitori ha potuto rappresentare appieno i fantasmi che agitavano la sua mente: l’orrore per una società crudele, impietosa come conseguenza dell’estremo limite dell’iper razionalismo nichilista per cui, come afferma Ivan Karamazov in Dostojevskji, abolito Dio ogni cosa è concessa.

 

4 replies

  1. Recensione molto dettagliata e veritiera.
    In effetti ho iniziato a leggerlo tempo addietro ma mi sono arenato quasi subito proprio per la prolissità e la pesantezza occasionale che sottolinei.

    Ci riproverò.

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  2. Si, per superare lo shock anafilattico delle prime 500 pagine corredate di note oceaniche occorre una buona dose di resistenza.. Ma poi decolla e diventa vieppiù interessante.fino a diventare totalmente coinvolgente.
    Pensa che conosco una persona che lo ha letto quattro ( 4 ! ) volte.

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  3. Io non sono ancora riuscita a scrivere niente su David Foster Wallace e specialmente su Infinite Jest (anche se ho letto il bro per ben due volte). Ho provato a farlo ma niente quindi complimenti al post e al tuo blog… mi raccomando non scomparire.

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    • Riuscire a leggere per ben due volte “Infinite Jest” è eroico, felicitazioni E magari hai pure capito come finisce. Sul finale ho sentito le interpretazioni più disparate. A me pare di capire che tutta la produzione cinematografica di James Inc. dovesse servire a far uscire Hal dal suo isolamento autistico, ma senza riuscirci se consideriamo l’inizio del libro come la conclusione anticipata. Ad ogni modo dietro il velo dell’ironia si coglie la sofferenza di DFW. E anche la sua tenerezza. Non sparirò.

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