JAMES O. INCANDENZA, “Fai ciao ciao al burocrate”


Tratto da Infinite Jest di David Foster Wallace.

“Fai ciao ciao al burocrate”: la trama del film più tenero e commovente insieme a “Il pietoso caso di me stesso” del grande cineasta americano.

Un burocrate in un complesso di uffici sterile con la luce fluorescente lavora con una efficienza fantastica quando è sveglio, ma ha il problema terribile di svegliarsi la mattina e arriva sempre tardi al lavoro, il che in una burocrazia significa idiosincrasia e disordine ed è assolutamente inaccettabile e si vede questo burocrate che viene chiamato a rapporto nel cubicolo col vetro zigrinato del suo supervisore, e il  supervisore, che indossa un abito decisamente datato con il colletto bianco che gli spunta fuori da tutte e due la parti del risvolto della giacca color ruggine, dice al burocrate che è un buon lavoratore e un’ottima persona; ma i suoi ritardi cronici al mattino non possono contiinuare e se succede un’altra volta il burocrate dovrà trovarsi un altro complesso di uffici con la luce fluorescente dove andare a lavorare.

Non è un caso che in una burocrazia il licenziamento si dica “terminazione”, come nella cancellazione ontologica (= biologica n.d.r.), e quando il burocrate si allontana dal cubicolo del suo supervisore è giustamente molto scosso.

Quella notte lui e sua moglie cercano nel loro appartamento Bauhaus tutte le sveglie che hanno, e sono tutte elettriche e digitali ed estremamente precise, e ci agghindano la camera con queste sveglie, tanto che ci sono una dozzina di sveglie digitali tutte settate per scattare alle 06.15h.

Ma quella notte manca la corrente e tutti gli orologi perdono  un’ora o si fermano e continuano a lampeggiare 00.00h. e per questo il burocrate non si sveglia in tempo neanche la mattino dopo. Si sveglia tardi rimane sdraiato per un momento a guardare le 00.00h che lampeggiano.

Grida, si mette le mani fra i capelli, si mette addosso i vestiti sgualciti, si lega le scarpe nell’ascensore, si rade in macchina, passa con il rosso per tutto il tragitto fino alla stazione. Il treno alle 08.16h entra nel livello inferiore della stazione proprio mentre l’auto impazzita del burocrate si ferma con grande stridore di freni nel parcheggio della stazione, e dal parcheggio scoperto  il burocrate riesce a vedere il tetto del treno fermo.

Questo è l’ultimo treno che può prendere per arrivare in tempo: se il burocrate perde questo treno sarà di nuovo in ritardo e verrà terminato.

Parcheggio in un posto per handicappati e lascia la macchina lì ad angolo, scavalca il cancelletto rotante, fa le scale a sette scalini alla volta. La gente urla e si scansa per farlo passare.

Mentre scende le lunghe scale di gran carriera tiene fissi i suoi occhi da pazzo sulle porte aperte del treno delle 08.16h pregando che stiano aperte solo un altro po’.

Alla fine, in un rallentatore glaciale, il burocrate salta dal settimo scalino e si lancia verso le porte aperte del treno, e a metà del salto va a sbattere a capofitto contro un ragazzino con la faccia seria e gli occhiali spessi e il cravattino e i pantaloncini corti da scolaretto secchione che sta trotterellando lungo il binario con le braccia piene di pacchetti ben confezionati.

Bum, entrano in collisione.

Burocrate e ragazzino barcollano indietro per l’impatto.

I pacchetti del ragazzino volano dappertutto.

Il ragazzino si rimette in equilibrio e rimane lì imbambolato, gli occhiali e il cravattino storti.

Il burocrate sposta freneticamente lo sguardo dal ragazzino ai pacchetti sparsi e dal ragazzino alle porte del treno che sono ancora aperte.

Il treno fischia.

L’interno del treno è illuminato da una luce fluorescente ed è pieno di impiegati, burocrati ontologicamente sicuri.

Si sente l’altoparlante della stazione che annuncia qualcosa di metallico e di incomprensibile sulla partenza.

Il flusso del traffico dei piedi sul binario si apre attorno al burocrate, al ragazzo imbambolato e ai pacchetti sparsi per terra.

Gli occhi spalancati del burocrate del film continuano ad andare avanti e indietro fra le porte aperte del treno e il ragazzino che continua a guardarlo fisso, come se lo studiasse con i suoi  occhi grandi e liquidi dietro le lenti.

Il burocrate si piega in avanti, inclinato verso le porte del treno come se ogni sua cellula fosse attratta in quella direzione.

Ma continua a guardare il ragazzino e i regali lottando con se stesso.

E’ un chiaro momento di conflitto interno.

Improvvisamente gli occhi del burocrate tornano al loro posto dentro le orbite.

Distoglie lo sguardo dalle porte fluorescenti e si piega verso il ragazzino e gli chiede se sta bene e dice che andrà tutto bene.

Pulisce gli occhiali del ragazzino col suo fazzoletto da tasca, raccoglie i pacchetti del ragazzino.

A metà della raccolta dei pacchetti l’altoparlante trasmette qualcosa di finale e le porte del treno si chiudono con un sibilo pressurizzato.

Il burocrate consegna gentilmente tutti i pacchetti al bambino spolverandoli.

Il treno esce dalla stazione.

Il burocrate guarda senza espressione il treno che si allontana.

Nessuno sa cosa sta pensando.

Raddrizza il cravattino del bambino, inginocchiandosi come fanno gli adulti quando accudiscono un bambino, e gli dice che gli dispiace della botta e che ora va tutto bene.

Si volta per andarsene.

Il binario ora è quasi tutto vuoto.

Ora arriva il momento strano.

Il ragazzino sporge il collo dai pacchetti e lo guarda mentre lui inizia a camminare per andarsene.

-Signore?- dice il bambino –Tu sei Gesù?-

-Non lo vorrei- dice l’ex burocrate voltando la testa verso il bambino mentre se ne va, e il bambino sposta i pacchetti e libera una manina per fare ciao ciao alla schiena del cappotto del burocrate mentre la macchina da presa, che ora si capisce che è montata sul retro  del treno delle 08.16h si allontana dal binario e acquista velocità.

 

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