DON DE LILLO, MAO II


 

Adesso Bill stava progettando il suo ciclo di morte e risurrezione. A Scott la cosa faceva venire in mente i grandi leader che rigenerano il loro potere scomparendo dalla circolazione per poi inscenare ritorni messianici. Più di tutti Mao Zedong. Mao fu dichiarato morto molte volte dalla stampa – morto o rimbabmbito o troppo malato per guidare una rivoluzione.

Mao II è uno dei romanzi in cui il tema conduttore di gran parte della  narrativa di Don de Lillo emerge con più forza. Viene cioè messa in scena la capacità da parte della cultura di massa moderna caratterizzata dalle immagini televisive, dal marketing invadente e manipolatorio e dal culto dell’immagine di impossessarsi del sacro per masticarlo, ruminarlo, metabolizzarlo, digerirlo e infine evacuarlo trasformato in un prodotto di consumo completamente desacralizzato.  Il mistero viene così riprodotto in serie come certe immagini elaborate a colori smaltati di Andy Warhol  finchè non è spogliato della sua aura sacra e ridotto a un grottesco prodotto low cost che campeggia sulle immagini pubblicitarie, è deriso da logorroici speaker radiofonici  sulle automobili  caotizzate nel traffico metropolitano o è dissacrato dall’idiotismo organizzato della televisione.

Per rappresentare l’oscenizzazione del sacro de Lillo sceglie una delle più celebri immagini della pop  art, quella di Mao riprodotto a falsi colori fino a trasformarsi in un grottesco Mao II. Tramite questa immagine fumettistica e dunque caricaturale de Lillo riesce a trasmettere il tema  portante del romanzo: il leader cinese è l’immagine simbolica di una divinità irraggiungibile, riverita e temuta dal suo popolo che una volta fagocitato dai mass media si trasforma in un’immagine caricaturale e  grottesca  nella misura in cui si dissolve il suo affascinante carisma di padre della patria. La riproduzione seriale di un’immagine e di ciò che rappresenta comporta due conseguenze: in primo luogo l’annullamento dell”eccellenza qualitativa che come tale è rara e oggetto di venerazione e, successivamente la sua trasmutazione, in una sorta di processo alchemico inverso, in metallo vile quantitativamente ingombrante e pervasivo fino alla nausea. La logorrea mass mediatica dunque demitizza il carisma di un’idea o di un personaggio nel momento stesso in cui pretende di spiegare razionalmente l’irrazionale o di rendere comprensibile con un linguaggio prosaico ciò che si può evocare vagamente solo con un linguaggio poetico.

Il media system moderno globale proprio perché ha la capacità di trasformare il mistero e il sacro in un articolo commerciale volgarizzato ampiamente diffuso costituisce un  formidabile strumento di potere in grado di manipolare e modificare profondamente l’immagine che gli uomini hanno di sé stessi e del mondo: chi controlla le immagini, controlla le percezioni e chi controlla le percezioni controlla il pensiero al punto tale da fondare una nuova religione il cui carattere principale è l’annullamento del singolo nella massa anonima, il dissolvimento dell’identità specifica autodiretta in un frullatone mondialista eterodiretto che include anche i grandi leaders religiosi o politici e gli ideali che essi incarnano.

 

Trump

Trump: da leader carismatico a icona grottesca grazie alla  ridicolizzazione della sua immagine da parte dei mass media.

 

Che il media system sia una sorta di religione che tende a dissacrare il sacro del resto emerge da un semplice confronto con le religioni storiche.  Infatti le religioni tradizionali tendono a separare lo spazio sacro da quello profano,  vietano la rappresentazione figurativa di Dio come nel cristianesimo protestante e nell’islam o perimetrano lo spazio sacro in cui solo i sacerdoti hanno accesso  come nel cristianesimo ortodosso o nell’ebraismo dove è perfino vieto il pronunziare il nome di Dio.

La religione mass mediatica descritta da Don de Lillo al contrario tende ad avvicinare il leader carismatico o la divinità laica alle folle e quindi ad abolire lo spazio fra sacro e profano, a consentire l’invasione collettiva nello spazio del sancta sanctorum  dove il personaggio pubblico è isolato ed accessibile solo ai collaboratori più stretti, a profanare l’aura carismatica che avvolge il condottiero di un popolo mostrandolo all’occhiuta e pettegola curiosità delle masse. Questa abolizione della linea di confine che separa il sacro dal profano ha come effetto principale quello di disinnescare la carica eversiva tipica dei grandi progetti culturali specialmente se incarnati da un leader carismatico per ridurli a innocui trastulli che una volta esaurita la loro vitalità eretica finiscono per adattarsi a una banale e anestetizzante ortodossia profana che non ha più nulla di nuovo da dire.

Del resto lo stesso termine “profanare” deriva la latino “pro fanum” ossia porre di fronte al tempio e quindi all’esterno di esso qualcosa di sacro in modo sia osservabile e valutabile da chiunque anziché conservarlo immune dalle contaminazioni della chiacchiera collettiva all’interno di uno spazio sacro.

 

L’EREMO DI SE STESSI.

Bill Gray, il protagonista del racconto, è uno scrittore di successo che vive in una sorta di romitaggio ascetico lontano dalla folla e dalle esposizioni mediatiche. Il suo isolamento pressoché totale ha qualcosa di paranoico nella sua ossessiva ricerca della solitudine analoga a quella in cui si confinò per lunghi anni J.D. Salinger l’autore cult de Il giovane Holden cui forse de Lillo si è ispirato per tracciare la fisionomia del personaggio.

Bill Gray si serve dell’isolamento per sottrarsi al meccanismo dissacratorio: giorno dopo giorno sembra ripetere i medesimi gesti in una sorta di coazione a ripetere analoga a una liturgia solenne che gli serve per avere l’illusione di riuscire in qualche modo a controllare gli imprevisti da cui si sente minacciato e che gli avvelenano la vita. Da anni è in procinto di concludere il suo nuovo romanzo la cui edizione viene continuamente dilazionata. Questa scelta si può spiegare in due modi:

– la paura di deludere il pubblico e di scalfire il proprio mito con un’opera decadente;

– il desiderio di conservare gelosamente la propria separazione dal mondo forse per evitare di essere dissacrato da un’eccessiva esposizione mediatica.

Il realtà Bill Gray si rende conto che in entrambi i casi la sua leggenda risulterebbe compromessa o a causa di una prova deludente nella prima ipotesi, o a causa di una sua riduzione a un feticcio volgarizzato dal media system nella seconda. Egli in definitiva comprende che può preservare la sua incolumità esistenziale solo conservandosi nell’alveo sacro di ciò che è sconosciuto ai più perché solo ciò che resta velato e nascosto si salva dalla banalizzazione mercificante operata dai mass media. Gray manipolato dal suo tutore e fac totum Scott si sottopone controvoglia a una serie di scatti fotografici per una rivista, ma è consapevole che la pubblicazione delle foto significa per lui la prematura fine della sua leggenda.

La foto sarebbe stata uno strumento di trasformazione. Gli avrebbe mostrato che aspetto aveva per il mondo e gli avrebbe dato un punto fisso dal quale allontanarsi. Le fotografie con le nostre sembianze ci portano a una scelta. Noi viaggiamo verso le nostre fotografie  o ce ne allontaniamo.

 

Il DILEMMA

Eppure la vita non può consumarsi all’ombra di un’esistenza pavida.

Bill Gray si trova intrappolato in una specie di dilemma pasoliniano che anch’esso presenta due alternative. Da un lato ci si può sottrarre alle vicende collettive diventando storicamente colpevoli in quanto ci si astiene dal prendere posizione. Il rischio è di essere percepiti o di auto percepirsi come vili o come pavidi che trovano rifugio in uno snobismo estetico paralizzante che prelude a una lunga e deprimente vecchiaia.

Dall’altro si può partecipare alle vicende umane, ma ugualmente si diventa colpevoli perché costretti a compromettersi in posizioni parziali che producono inevitabilmente una lotta fatta di astuzie, strategie, malizie che impongono il confronto con un avversario e quindi la perdita dell’innocenza.

Bill Gray capisce che deve dare un senso alla sua vita, che deve finalmente congedarsi dal suo ruolo di spettatore inerte anche se ciò comporta la perdita dell’innocenza e della goffaggine adolescenziale che lo rendono così adorabilmente innocuo.

 

LA SVOLTA

L’occasione del riscatto, sembra suggerire de Lillo, arriva per Bill Gray tramite l’invito a una sorta di show televisivo il cui pretesto etico dovrebbe essere quello di liberare un illustre poeta tenuto in ostaggio dai guerriglieri palestinesi a Beirut. In realtà, come Gray stesso non tarderà a capire, si tratta dell’ennesimo episodio mediatico studiato ad arte per fare audience.

Lo scrittore decide allora per la svolta: si presterà al sacrificio per la liberazione dell’ostaggio con un libero atto della volontà per puro desiderio di riscatto morale dopo una vita fasulla. In altre parole decide di decidere di sottrarsi al limbo opaco di un esistenza sbiadita con gesto autentico ed eroico in dispregio alla strumentalizzazione che di lui vorrebbe fare lo show business.

La società rappresentata da Mao II  non sa che farsene di un sacrificio discreto e silenzioso lontano dai clamori mediatici ed é per questo che il gesto di Gray è autenticamente rivoluzionario: lo è perché si sottrae a un Potere che necessita di  drammi collettivi e di eventi catartici che ipnotizzano le folle rendendole supine. La scelta di spettacolarizzare eventi come i matrimoni di massa della setta religiosa del reverendo coreano Moon, dei funerali dell’ayatollah Khomeini o dell’adorazione mistica del presidente Mao Zedong descritti nel romanzo e tutti rigorosamente riprodotti e divulgati da mass media irrispettosi e invadenti ha lo scopo preciso di trasformare il carisma dei leader e l’aura misterica che li avvolge in icone analoghe a brand commerciali che si possono acquistare o vendere: ed è esattamente a questa trasformazione di sé stesso in un innocua icona adeguata alla narrazione ufficiale mass mediatica dell’uomo e della società che Gray vuole sottrarsi.

 

South Korea Mass Wedding

Matrimonio di massa: da intima celebrazione sacra in luogo protetto a spettacolo mediatico pubblico e quindi prodotto di consumo.

 

I leader in fondo sono l’immagine visibile delle radici, della storia, della cultura di un popolo: trasformati in pupazzi colorati di ciò che incarnano non resta nulla. La lacuna o meglio la voragine da horror vacui che si crea a causa del loro dissolversi è riempita da una loro versione depotenziata, cioè un icona, che perverte l’antico pudore popolare di fronte alla non rappresentabilità del mistero con una babele di iper rappresentazioni eccessive e voraci che di un evento mostrano solo gli aspetti più chiassosi e triviali.

Del resto sembra suggerire de Lillo, è necessario distruggere un vecchio mondo prima di edificarne sulle sue ceneri uno nuovo.

 

 

2 replies

    • Credo ne pensi bene anche perchè ha delle affinità con la pop art, entrambi vogliono rappresentare la cultura popolare. Ed entrambi restano alla superficie delle cose, agli aspetti più appariscenti mescolato a qualche cerebralismo di troppo. I romanzi di De Lillo che ho letto finora hanno questa caratteristica: un accavallarsi di colori, suoni, situazioni caotiche anafettive e senza viscere da cui emerge un personaggio che da tutto questo caos vuole uscire. Anche rischiando la carriera o il prestigio soiale. Attendo di leggere ancora qualcosa di suo per vedere se questa mia impressione è corretta.

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