DAVID FOSTER WALLACE, Questa è l’acqua


 

Lo scrittore americano David Foster Wallace (1962 – 2008) è autore di una notevole mole di opere di narrativa dotate di una buona dose di sperimentalismo, tanto da poter essere considerato un vero e proprio avanguardista della narrativa.

Jean Paul Sartre parlando dell’opera di Jean Genet ebbe modo di dire che “interessa, ma non affascina” e che terminata la lettura di un suo  romanzo  resta un sapore di cenere in bocca. Quasi la stessa cosa si può dire dell’opera letteraria di Foster Wallace: la sua scrittura  particolarissima spesso mette in difficoltà il lettore tra abbozzi di dialoghi, situazioni  parossistiche, elencazioni lunghissime, note numerose e complesse, introduzioni al  romanzo inserite dopo decine di pagine anziché all’inizio.  La sua opera è stata meglio compresa dopo l’evento imprevisto e traumatico della sua morte: il suicidio dello scrittore ha gettato una nuova luce su un oggetto, il complesso della sua narrativa, altrimenti destinato a  restare opaco. Il suicidio avvenuto nel 2008  ha reso più  chiaro una certa nebulosità di contenuti tipica di alcuni suoi romanzi o raccolte di  racconti. Ma  forse non era necessario attendere la drammatica fine dello scrittore per comprendere il sostrato che presiede alla sua narrativa. Foster Wallace il 21 maggio 2005 tenne infatti un discorso al Kenyon College a un gruppo di diplomati in discipline umanistiche in cui per la prima volta parla della “configurazione di base” . La “configurazione di base” è l’attitudine e la visione del mondo più o meno standard che ciascuno di noi ha in occidente ed è il motivo dominante della letteratura dello scrittore americano.

Per spiegare cosa sia la “configurazione di base”, cui ciascuno di noi di noi è affetto come una malattia, Foster Wallace racconta una storiella molto efficace.

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

L’acqua non è altro che l’ambiente nel quale tutti noi siamo immersi e che passa inosservata.

Solo l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande non possono essere percepiti; l’acqua in cui viviamo  è così sterminata da risultare invisibile nonostante sia ovunque. Lo scopo di un’educazione  umanistica per Foster Wallace non é imparare a pensare, ma piuttosto scegliere cosa pensare. La  cosa più importante cui pensare è appunto l’acqua, cioè la cosa più completamente ovvia, ma  anche di gran lunga la più importante perché è quella che determina il nostro pensiero e quindi il  nostro stile di vita.

Ora, la nostra “configurazione di base” è tale per cui l’acqua, ossia l’ovvio, sfugge al pensiero. Il  pensiero non coglie l’ovvio se non in momenti particolarissimi di massima lucidità .

Configurazione di base:  l’incapacità del pensiero di pensare l’impensato

Non so se Foster Wallace conoscesse la filosofia contemporanea, ma la stessa cosa la diceva Martin  Heidegger: l’uomo è incapace di pensare o meglio è incapace di dare la giusta priorità alle cose da  pensare. Ad esempio la maggior parte degli uomini pensa a cosa mangerà per cena mentre pensa  molto poco o solo in circostanze particolari, ad esempio, alla questione della morte.

Configurazione di base significa anche certezza granitica e ottusa che le cose stanno in una certa  maniera e non in un’altra, esclusione totale di qualsiasi altra prospettiva. Come i pesci non vedono  l’acqua, allo stesso modo gli uomini d’oggi non vedono le cose più evidenti perché la “configurazione di base” standard in cui siamo stati educati ammette una sola visione del mondo: quella plasmata dal contesto culturale, cioè, aggiungo io, nel mondo moderno quella plasmata dai mass media. Una certezza cieca, una mentalità chiusa equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

La “configurazione di base” (ossia l’acqua) sembra dunque inculcare nell’uomo occidentale due caratteristiche:

-La noia e il tedio sul piano della vita collettiva. Anche in molte delle sue opera ( “Infinite Jest” o “Il re pallido“) Wallace rappresenta una società alienante dominata dal sentimento della noia e del grigiume specialmente in ambito lavorativo. E’ lo stesso sistema a produrre questo tedio insopportabile. Il “sistema” ne “Il re pallido” è rappresentato dalla macchina burocratica più complessa del mondo, cioè l’Agenzia delle Entrate degli Stati Uniti. Gli impiegati che vi lavorano sono trattati come numeri, sommersi da scartoffie e moduli fiscali da compilare, controllare, correggere, etc.

-L’individualismo da cui nasce lo spirito di insofferenza nei confronto degli altri. Il mondo intero ruota attorno a un minuscolo ed egoico IO dal quale non si esce se non tramite una dura e tenace disciplina. Dall’individualismo nasce poi lo spirito di competizione che non fa altro che ribadire nella sua ostinata volontà di dominio il singolo.

Occorre dunque cambiare “configurazione di base” (cioè acqua) se si vuole vedere il mondo con occhi nuovi. “Mondo” per Foster Wallace non è altro che la realtà osservabile tutti i giorni, cioè la quotidianità col suo carico di piccoli, fastidiosi, noiosi e odiosi doveri da dover assolvere.

Fare la spesa al supermercato alla fine di una stancante giornata di lavoro, la fila alla cassa, la luce spettrale dei tubi al neon, la musica di sottofondo quando si vorrebbe il silenzio, il saluto meccanico della cassiera… una serie di piccoli gesti e situazioni alienanti dove l’IO geme e si ribella e da cui vorrebbe fuggire. Ma poiché la fuga è impossibile é costretto a sopportare una realtà (o un acqua) sempre più angosciante. Oppure a modificare radicalmente la propria “configurazione di base”.

La mente é un ottimo servitore, ma un pessimo padrone.

La “configurazione di base”, per Foster Wallace, si cambia esercitando la mente a scegliere cosa pensare. Ognuno di noi è libero di scegliere la propria “configurazione di base” a seconda delle priorità del pensiero le quali dipendono dalle priorità della mente, la quale a propria volta dipende dall’educazione ricevuto e dall’ambiente socio – culturale frequentato. Nell’odierna civiltà dei consumi ognuno di noi è malato (o nevrotico) a modo suo: se la priorità è il denaro non mi sentirò mai abbastanza ricco, se il potere non mi sentirò mai abbastanza al sicuro, se la notorietà non mi sentirò mai abbastanza importante, se la bellezza o il sesso non mi sentirò mai abbastanza gratificato e così via. La civiltà moderna tramite il “rumore” dei mass media tende a condizionare la mente perché si configuri in termini di individualismo e competizione; la scelta fondamentale quindi è tra adattarsi a tale “configurazione di base” standard o affrancarsene.

Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

E’ evidente come la stessa esperienza possa essere valutata in due modi diversi.

 Liberarsi dal dogmatismo arrogante per cui ognuno di noi tende a credere di avere la visione del mondo più corretta è il primo passo per affrancarsi dalla “configurazione di base”. Ammettere che ci possano essere altri punti di vista altrettanto validi apre alla mente delle finestre impensate, rivelando nuovi scenari. Ma l’elemento indispensabile è una buona dose di umiltà, senza la quale si resta ancorati al proprio spocchioso punto di vista come uno dei due protagonisti della storiella di cui sopra. Ovviamente entrambe le “configurazioni di base” dell’ateo e del credente in una società democratica sono lecite. Il punto non è chi dei due abbia la visione del mondo più autentica, ma come in base alla propria “configurazione di base” si legga in modi molto diversi lo stesso evento.

4 replies

  1. Caro vecchio neon è un racconto di Wallace (mi sembra che sia in Oblio) dove si capisce chiaramente la complessità di Wallace, peccato che in Italia quelli che avevano letto tutto prima che lui morisse erano veramente in pochi. Fernanda Pivano scrisse che infinite Jest era un libro sulle dipendenze (che forza ci sarei riuscita anch’io e lei era la nostra punta di diamante sulla letteratura americana) e che Wallace era un povero ragazzo! Mi viene l’orticaria al solo pensiero insomma come vedere la superficie delle cose e sfiorarla leggermente perchè affondare le mani fa male. Wallace ed Heiddeger hanno molto in comune o meglio Wallace prese in prestito per i suoi romanzi gli scritti di Heiddeger se pensi solo a Infinite Jest per non parlare di Wittngestein in fondo Wallace si era laureato in filosofia e letteratura inglese. Io prima definivo “la configurazione di base” come ottusità ma il termine di Wallace rende più l’idea di dove rimani. E’ sempre un piacere leggere di Wallace, grazie!

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    • Si, credo tu abbia ragione, Caro vecchio neon fa parte della raccolta Oblio. Condivido in pieno la tua analisi.
      La Pivano come molti critici letterari politicizzati tendeva a privilegiare di qualsiasi scrittore gli aspetti più marcatamente anti occidentali sul piano sociale e più materialistico dialettici su quello personale: sottolineare il fatto che Infinite Jest fosse un romanzo sulla dipendenza per lei significava eludere il tema principale dell’opera cioè l’incomunicabilità e l’incapacità di uscirne a causa di una cultura mass mediatica che in quegli anni come oggi promuoveva lo sradicamento esistenziale in nome di un’anonima standardizzazione culturale veicolata dai mezzi di informazione, in primis la televisione. Allo stesso modo la Pivano, se non erro, valutò Il pasto nudo di Burroughs come un romanzo sulla solitudine, mentre in realtà è una radiografia spietata della cultura degradata che vedeva nell’uso delle droghe un mezzo di sviluppo personale. Altri sedicenti critici letterari videro in Kerouac il leader dellu cultura beat mentre in realtà ne era un critico spietato. Insomma una certa analisi ideologizzata ama semplificare quando si tratta di sorvolare su aspetti scomodi e intellettualizzare quando si tratta di approfondire aspetti che avallano la propria visione del mondo.

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  2. La questione si colloca immediatamente in un superiore livello: la storiella dei bevitori di birra non conclude per l’una o l’altra configurazione ma, qui sta il bello, avallandole ambedue. Ecco il vero dilemma: quale sarà la configurazione giusta? Insomma il dramma dell’esistenza è che ognuno ha le proprie buone ragioni.

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    • Già, ma alla fine bisogna compiere una scelta o per l’una o per l’altra ipotesi perchè da quella scelta fondamentale dipendono tutte le altre.
      Esiste anche una terza via: quella di non scegliere per vivere l’istinto che di volta in volta si presenta. Si può fare, ma a questo punto finisce ogni progettualità e si resta degli incompiuti.

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