BIOGRAFIE AMERICANE. MIKE TYSON: True.


Le autobiografie e le biografie sono un genere affascinante a patto che non abbiano la pretesa di delineare delle traiettorie intimistiche o con pretese intellettuali laddove il personaggio narrato non sia uno spirito assolutamente superiore, pena lo scadere nello psicologismo più noioso. In altre parole non c’è nulla di più tedioso che leggere l’autobiografia di qualcuno che anzichè esporre le sue vicende esistenziali ci parla della sua visione del mondo come fosse un santo, un filosofo o un sapiente.

In realtà ogni opera di narrativa ha qualcosa di autobiografico, nessun autore, magari inconsapevolmente,  può prescindere dalle sue vicende personali nello scrivere un libro: nei fenomeni umani, come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge.  Di autobiografie o biografie ne ho lette poche, ma mi sento di poter affermare tutte di notevole spessore.

Le elenco qui a memoria:

L’autobiografia di Malcolm X;

“La stanza degli specchi. Jimi Hendrix: la vita i sogni, gli incubi”;

“Edie. Una biografia americana” la ormai quasi introvabile biografia Edie Sedgwich la performer musa di Andy Wharol distrutta dalla droga e da una vita disordinata. Ne è stato tratto il bel film “Factory girl” qualche anno fa.

“Things of beauty” sulla modella americana Gia Marie Carangi anch’essa prematuramente scomparsa. Quest’ultima biografia, poco conosciuta, ho potuta apprezzarla solo in parte perchè non tradotta in italiano. Ho dovuto quindi leggerla in inglese, lingua che conosco solo in modo approssimativo. Ne è stato tratto un discreto film per la tv anni fa con Angelina Jolie nel ruolo di Gia.

Ne ho un’ altra monumentale su Steve Jobs, ma ho qualche difficoltà ad abbordarla sia a causa della mole, sia perchè il personaggio a causa di un suo presunto cinsmo nel trattare con collaboratori, dipendenti o familiari, non mi ha mai perticolarmente affascinato.

Scrive Albert Camus “nel segreto del cuore io mi sento umile solo davanti alle vite più povere o alle grandi avventure dello spirito; fra queste due cose oggi si trova una società che fa ridere”.

Appunto: la tua vita interessa solo se hai dovuto attraversare delle vicende esistenziali che ti hanno costretto a superare degli ostacoli per raggiungere l’obiettivo o sei hai avuto una vita assolutamente straordinaria, cioè extra – ordinaria vale a dire fuori dall’ordinario come quella di un santo, di un grande filosofo, in generale di uno “psiconauta”.

L’autobiografia di Mike Tyson qui microrecensita da JC ottimo collaboratore di questo blog,  rientra certamente nella prima categoria: quella delle vite più povere che per emergere hanno dovuto sgomitare. Vite di personaggi che hanno dovuto scriversi da soli quel “manuale delle istruzioni” su come affrontare l’esistenza perché la famiglia di origine, in teoria deputata a questo compito, non è stata in grado  di trasmetterlo.

“Il mio scopo era conquistare l’onore ma poi ho capito che si può solo perdere, mai vincere” (Mike Tyson)

“True” l’autobiografia di Mike Tyson è di un’ intensità che ricorda per certi versi quella di Malcolm X, per chi l’ha letta.

Storie di straordinario squallore, violenza e criminalità. Storie di “puttane” e di “negri”, secondo il linguaggio testuale dell’autore. Di fenomeni da baraccone che muovendo un dito guadagnano 100 milioni di dollari e schioccando le dita, con altrettanta facilità, li perdono. Storie di approfittatori, di zecche, di arrampicatrici sociali, di afroamericani, di manager e di puttane che non vedono l’ora di spillarti fino all’ultimo quattrino.

Droga, orge, donne che ti saltano addosso perché tu sei Mike Tyson, il semi dio, il bancomat con le gambe.

Anche se pesi 170 chili, anche se ti guardi allo specchio e ti fai schifo da solo, esteticamente e come uomo. Anche se sei un rottame umano, una mina vagante, impazzita. Storie dure, talvolta raccontate con amarezza, talvolta con un’aria divertita e picaresca. Sembra non esserci una via d’uscita, si profila una condanna già scritta, un finale scontato. Una morte strillata in prima pagina, un’overdose, una sparatoria. Invece il protagonista incanala le sue sconfitte, le sue immense frustrazioni in una nuova missione alla ricerca di una nuova eccezionalità: diventare, per la prima volta, una persona normale. Forse c’è riuscito oppure è solo un’illusoria tregua tra i marosi della sua vita tempestosa. Saranno i prossimi anni a dirci come stanno le cose.

Duro, divertente, rincuorante.

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