J.D. SALINGER: Il giovane Holden. I misteri di un romanzo “mostruoso”.


“Il giovane Holden”:  un libro apparentemente lineare, privo di grandi sussulti, quasi banale. E invece a leggerlo bene e facendo del  “close reading” è una scossa tellurica. Innanzitutto una osservazione di massima: “Il giovane Holden” sembra il prequel di “Un uomo da marciapiede” nel senso che Holden Caulfield pare il ritratto adolesenziale di Joe Buck, il cowboy texano che si reca nella Grande Mela per fare il gigolò.

Cominciamo da qualche mistero.

Primo: il titolo originale innanzitutto, “The catcher in the rye” che in italiano letterale significa “Il catturatore nella segale” ossia un titolo incomprensibile che nella versione originale fa riferimento a una poesia di Robert Burns in cui si immagina qualcuno che in un campo di segale incontra qualcun altro: quest’immagine nella fantasia nevrotica di Holden Caulfield è storpiata in qualcuno che in un campo di segale “prende al volo” dei bambini che rischiano di cadere nel burrone che si apre in fondo al campo stesso. Dunque J.D. Salinger ha voluto rappresentare qualcuno che vuole salvare i bambini in pericolo. Quale pericolo? Forse, ma solo forse, di diventare da adulti come tutti gli adulti o quasi: degli ipocriti.

Secondo: perché Holden Caulfield indossa perennemente un cappello da caccia rosso con visiera e paraorecchi ? Per proteggersi dal freddo considerato che il romanzo si svolge nei giorni prossimi al Natale in una freddissima New York. No, come spiegazione non basta, probabilmente si tratta di un simbolo. Insomma c’è sotto dell’altro.

Terzo: perché Holden Caulfield è ossessionato dalle anatre? Più volte nel corso del suo racconto si domanda dove vanno le anatre d’inverno quando il laghetto di Central Park congela. Se lo domanda e lo domanda anche ad alcuni personaggi che incontra durante gli intensissimi tre giorni in cui è articolata la narrazione. Desiderio inespresso di fuga da una realtà avvertita come deprimente e quindi  “invernale” cioè oscura e caliginosa? Forse.

Di certo è’ un capolavoro, ma difficile dire perché lo sia: per il periodo breve e concentrato? La girandola di incontri ed eventi che coinvolgono il protagonista ? lo stile narrativo accattivante ? E’ un capolavoro perché lo è il protagonista Holden Caulfield: un capolavoro barocco pieno di riccioli e fronzoli come il suo carattere indecifrabile fino alle ultime pagine del libro dove finalmente si intravede la sua vera natura. Il racconto è narrato in prima persona col linguaggio semplice e diretto degli adolescenti americani, privo di quegli intellettualismi pretestuosi e ridicoli di certi ragazzini arrabbiati che hanno già capito tutto dalla vita; quella che leggiamo è la cronaca di un week end da un venerdì sera a un lunedì mattina: una cronaca densa di avvenimenti ingarbugliati dove la suspence è alimentata dall’incertezza di cosa farà il diciassettenne Holden dopo essere stati sbattuto fuori per l’ennesima volta da una scuola proprio durante il periodo natalizio. Decide allora di lasciare anzitempo la scuola, recarsi alla vicina New York in attesa di tornare a casa a comunicare la notizia ai familiari. Durante le sue peregrinazioni urbane attraverso una serie di episodi malinconici e grotteschi Salinger rivela il carattere sfaccettato di Holden:

Holden è un ragazzo per bene di famiglia benestante appartenente alla buona borghesia newyorkese: dolce e delicato con le ragazze e ricco di valori positivi quali l’amicizia per i compagni di scuola e l’amore per i fratelli, il padre e la madre. E’ un ragazzo modello.

Holden è un ragazzo difficile, isterico e decisamente irritabile, rissoso, facilmente infiammabile, arrabbiato con il mondo, ma soprattutto con se stesso: più volte si definiscce stupido, debole e incapace. Considera degli idioti i tre quarti abbondanti delle persone con cui entra in contatto con l’eccezione di due suore cattoliche, della sorellina Phoebe e pochi altri. A pagina 106 dell’edizione Einaudi dice che

“Se devi tirare un pugno in faccia a uno, e in un certo senso ti va pure di farlo, allora lo devi fare. Solo che io non sono capace. Preferirei spingerlo giù dalla finestra o decapitarlo con un’ascia piuttosto che mollargli un pugno in faccia”.

Altri manifestazioni di iracondia sono abbondantemente sparse lungo tutto il libro. A causa dei sentimenti velenosi di Holden e del fatto che l’assassino di John Lennon confessò di essere un fedele lettore del libro in alcuni stati americani la lettura de “Il giovane Holden” è sconsigliata se non addirittura bandita in quanto potrebbe eccitare le menti dei lettori ed indurli all’aggressività: insomma certe pulsioni non devono emergere, ma restare ben compresse nell’inconscio pronte a esplodere quando l’ES non ce la fa più a contenerle. Come mettere discretamente la polvere sotto il tappeto. Freud inorridirebbe.

Holden è un adolescente depresso, psichicamente instabile, forse nevrotico che, tra l’altro, fuma come una ciminiera: in altre parole è un giovane disadattato. Il suo racconto è saturo di affermazioni in cui dichiara di sentirsi triste, solo e depresso. A pagina 116 si sente così depresso e solo in una camera d’albergo da parlare col fratello morto Allie:

“Ragazzi se mi sentivo infelice. Ero depresso come non potete immaginare. Allora che ho fatto, mi sono messo a parlare praticamente ad alta voce con Allie. Ogni tanto lo faccio quando sono molto depresso”.

Apprendiamo del resto nel corso della lettura che la famiglia di Holden non è così borghesemente perbene e al di sopra di qualsiasi complicazione come potrebbe sembrare: il padre avvocato non è mai a casa, la madre non si è mai ripresa dalla morte prematura del figlio Allie, il figlio maggiore di cui conosciamo soltanto le iniziali del nome di battesimo D.B. vive a Hollywood dove scrive sceneggiature per film. Forse, come spesso accade, è la sua famiglia  l’origine dei suoi mali?

Di sicuro Holden è un inquieto, sempre alla ricerca di qualcosa, ma soprattutto inconcludente: nulla di quello che intraprende conosce un esito felice: qualsiasi cosa faccia viene interrotta in corso d’opera, nulla viene portato a termine e odia i rapporti umani con quelli che lui definisce “ipocriti”: il problema è che considera ipocriti tutti o quasi quelli che incontra.

Il racconto è manicheo: da una parte una galleria di personaggi o adolescenti o anziani: in una parola sono tutti appartenenti alla categoria di quelli fuori dal mainstream, se non proprio emarginati almeno spettatori della vita degli altri o perché troppo giovani o perché troppo vecchi. Dall’altra il popolo degli adulti quasi tutti “ipocriti” che nel linguaggio affettato fintamente perbenista di Holden educato a non trascendere significa “malvagi”: è malvagio il padre di cui non viene minimamente rappresentato il più piccolo tratto caratteriale o somatico, è malvagio il portiere d’albergo che funge da pappone che lo malmena dopo averlo truffato sulla tariffa di una prostituta che egli stesso gli procura, è malvagia anche la prostituta che lo deruba di cinque dollari supplementari contrariamente a quanto concordato, sono malvagi e scorbutici i tassisti con cui Holden cerca di intessere un dialogo mentre si fa scarrozzare a New york.

Come per certi filosofi è necessario decifrare il pensiero di Holden dai termini che ricorrono più spesso nel suo linguaggio: molti adulti maturi sono “gentilissimi”, disponibili, “davvero carini”, ma si tratta quasi sempre di termini che indicano la loro ipocrisia, la loro arte recitativa analoga a quella degli attori professionisti; e non a caso Holden odia il teatro, il cinema, gli attori e perfino il fratello D.B. che scrive sceneggiature cinematografiche; insomma per Holden non c’è separazione fra palcoscenico e vita, tutto è fondato sulla recitazione, dunque sulla menzogna ipocrita da parte di gente che finge di essere quello che non è. Non dimentichiamo del resto he la parola greca hypokrisía significa “simulazione”.

Per quanto inconcludente e sollecitato da una domanda della sorellina Phoebe, Holden in un passo del libro confessa di avere una aspirazione: fingersi sordomuto e vivere da solo nella periferia esistenziale oltre che geografica americana per non sentire più le chiacchiere della gente “ipocrita”. E qui emerge l’autobiografismo: anche J.D. Salinger dopo aver scritto “Il giovane Holden” scomparve dalla vetrina mediatica per eclissarsi in un lunghissimo oblio, isolato in una porzione desolata d’America come un monaco in un eremo. Insomma per il giovane Holden la realtà è fatta di “puri” un po’ ingenui e romantici come lui e di “ipocriti” cioè tutto il resto dell’umanità da cui stare alla larga. Per questo si tratta di un romanzo manicheo.

Infine da questo romanzo, come da tutti capolavori occorre trarne il cosiddetto “succo”. Il “succo” naturalmente c’è anche qui, ma non è facile da gustare perché in questo caso si tratta di un liquido trasparente, dal sapore delicato e, diciamo la verità, per palati fini e dunque un po’snob. Il suo sapore un po’ amarognolo si rivela nel finale che peraltro in modo subliminale viene suggerito già all’inizio del libro. Il “succo” allora si può condensare in una domanda: ma come diceva Giorgio Gaber i veri disadattati chi sono? Quelli che stanno oltre le sbarre del cancello di un istituto psichiatrico o quelli che li guardano restando all’esterno di esso? Quelli che parlano ad alta voce da soli con i defunti come fa Holden col fratellino morto Allie o quelli che si scalmanano come pazzi esagitati quando la squadra per cui si tifa segna un goal?

12 replies

    • E io sono contento di rileggerti. “Il giovane Holden” è veramente un romanzo destabilizzante, per certi versi “meditativo” perché tocca delle corde profonde: è ricchissimo di immagini e dialoghi da interpretare anche dal punto di vista simbolico. Nonostante il fluido incalzare della storia va letto lentamente perchè nulla è superfluo, ogni riga contribuisce a definire la personalità di Holden. Hai ragione: la narrativa USA (come quella russa) è piena di geniali disadattati anche fra gli autori, basta pensare ai vari Lovecraft, DFW, Capote, Kerouac, etc.

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      • Avevo scritto un post sui libri dove si parla di disadattati ma il primo a cui penso è Ignatius J. Reilly il protagonista di Una banda di idioti. Certo non è adolescente e tormentato ma è un grande!!

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      • Visto e commentato, molto interessante quella galleria di personaggi fool, cui ne ho aggiunti un paio. Ma insomma sono un gemelli e noi segni d’aria un po’ permalosucci lo siamo… Scherzo, e poi in sto periodo più che permaloso mi sento permaflex nel senso che dormirei una settimana intera.

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      • Si chiama estate ma anche vecchiaia ma dipende quanti anni hai? Superi i 50? Quindi è stanchezza-vecchiaia se sei fra 40 e 50 sei solo stanco!!! Sei Gemelli? ah non li sopporto, vi credete i più intelligenti di tutti e forse è vero ma non c’è bisogno di ricordarlo a noi deficienti ogni tre secondi. Io sono Cuspide Leone-Vergine ascendente Bilancia e come disse una che sapeva di oroscopi “Tu sei una rompicogliona verso tutti e tutto compresa te stessa” ma io questo già lo sapevo!!! 🙂

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      • Ahahaha…. Vergine: precisa, analitica, amore per il dettaglio. Ben si abbina con la Bilancia: senso estetico, propensione per le cose belle, classe, estroversione. Quanti anni ho? Ma noi gemelli siamo tipi Peterpanici, eterni adolescenti, senza età. Se sei in ferie serena vacanza !

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  1. Ma vedo che anche tu sei preparato sugli oroscopi! Guarda che hai dimenticato il Leone che naturalmente rompe tutto l’equilibrio. Sarai anche Peter Pan ma il fisico risponde a regole diverse! Sono rientrata per la settimana di ferragosto perché c’è troppa gente ovunque ma riparto la settimana prossima!!

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    • Qualche mistero c’è se consideriamo che dal personaggio di Holden in effetti emerge un specie di livore represso abbastanza inquietante. Detto questo concordo con te: il sistema editoriale a livello di marketing è abilissimo a costruire miti letterari o a mitizzare certi autori creando delle zone d’ombra in cui prospera il senso del mistero e quindi la curiosità del lettore. Basti pensare a Thomas Pynchon autore secondo me incredibilmente sopravvalutato che ha costruito la sua fortuna sulla sua invisibilità mediiatica: nessuna apparizione pubblica, nessuna o quasi intervista rilasciata, nessuna biografia convincente. Addirittura qualcuno pensa che non esista nemmeno, ma questo non fa che alimentare il senso del mistero che lo circonda che stimola la curiosità dei lettori e quindi il successo commerciale dei suoi libri.

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