PASOLINEIDE #1. “Alì dagli occhi azzurri”: due profezie.


 

Alì dagli occhi azzurri è una raccolta di scritti di Pier Paolo Pasolini dagli anni Cinquanta al 1965: si tratta di materiale eterogeneo fatto di sceneggiature cinematografiche, frammenti incompiuti, tracce di racconti in cui lo scrittore evolve dal realismo linguistico dialettale cioè il romanesco delle prime prove, all’utilizzo dell’italiano corretto parlato dalla borghesia delle ultime.

Storie di burini, coatti, borgatari, ladri, papponi, mignotte, approfittatori, pugili falliti, falliti tout court, poveracci, morti di fame, emarginati: questi i personaggi della raccolta descritti sul consueto sfondo delle periferie urbane ed esistenziali di Roma mentre l’antica anima della città muore sotto l’incalzare dell’odiata modernità proto-industriale che avanza. Siamo dunque negli anni in cui l’Italia uscita dal fascismo si ricostruisce scegliendo come modello sociale ed economico il capitalismo spinto ravvisabile soprattutto nelle grandi città: è l’Italia che precede gli anni di Craxi, della D.C. e del pentapartito, cui seguirà quella di Berlusconi e infine quella eurocratica ed eurocritica di oggi.

Dunque nel descrivere l’evoluzione o meglio l’involuzione del sottoproletariato urbano romano possiamo distinguere in Pasolini almeno tre fasi: prima, durante e dopo la “rivoluzione antropologica” o “genocidio culturale” che trasformerà gli ex italiani dell’arcaica civiltà contadina pre borghese negli ambiziosi, cinici e carrieristi piccoli borghesi affamati di beni tipici della nuova civiltà industriale.

Prima: italiani antropologicamente immersi nella mentalità cattolico – contadina, aderenti ai valori tradizionali che per secoli li hanno plasmati in modo molto differenziato a seconda della varie realtà regionali;

Durante: inurbamento forzato delle masse contadine che sono così sradicate dal loro habitat naturale. Comincia così quel “mutamento antropologico” destinato a trasformare gli italiani in piccoli borghesi cosmopoliti;

Dopo: la “mutazione antropologica” è definitivamente avvenuta e gli italiani sono ormai perfettamente omologati e conformati nel più qualunquistico degli standard; tutti uguali, tutti vogliosi di sgomitare, tutti desacralizzati, laicizzati, secolarizzati. Ossia tutti trasformati in piccoli borghesi.

In Alì dagli occhi azzurri Pasolini  descrive fondamentalmente la fase del “durante“, vale a dire quella del cambiamento in corso che ha avuto modo di osservare in presa diretta durante il suo periodo romano. La fase “prima” sarà infatti descritta nelle opere giovanili del periodo friulano, terra natale del poeta (giacché Pasolini era innanzitutto un poeta anche quando scriveva in prosa o componeva sceneggiature cinematografiche) come ne “Il sogno di una cosa” mentre la fase “dopo” sarà invece rappresentata negli ultimi interventi, in particolare le “Lettere Luterane e gli “Scritti corsari”.

Ora è da notare che in Alì dagli occhi azzurri comincia  a farsi strada in Pasolini l’idea di essersi clamorosamente sbagliato: lui che aveva sempre pensato il sottoproletariato come portatore di una grazia di atteggiamenti e delicatezza di sentimenti che potevano essere l’antidoto alla volgarità borghese comincia a rendersi conto che l’antidoto in realtà non è mai stato tale.

Ossia: il popolo contadino arcaicamente immerso nel senso del sacro così distante per mentalità dalla voracità materiale borghese in realtà è sempre stato una finzione, una maschera dietro la quale dal punto di vista della mentalità si nascondevano dei borghese in germe pronti a farsi lusingare dal benessere della nuova società industriale non appena si fosse presentata l’occasione.

Siamo insomma alla falsa coscienza di cui parla Jean Paul Sartre a cui non a caso Pasolini dedica un racconto della raccolta: Pasolini si rende conto di essersi ingannato perché il candore e la semplicità dell’Italia arcaica non aspettavano altro che essere adescate dal modello del benessere borghese, i contadini dell’Italia postfascista erano già inconsapevolmente e intimamente orientati al possesso, all’arrivismo, all’ egoismo. Insomma la borghesia non è una classe sociale come pretendono i marxisti classici da cui infatti si discosta: è una mentalità trasversale a tutte le classi sociali che tutto omologa e tutto standardizza quanto a gusti e desideri.

Tale profonda delusione Pasolini avrà modo di esplicitarla tramite la pubblica abiura della cosiddetta Trilogia della vita composta dai film “Decameron”, “Il fiore delle mille e una notte” e “I racconti di Canterbury” cioè le opere in cui il poeta credeva ancora, come scriverà Orwell in “1984”, che “la salvezza è nei prolet”.

Ma per ora in Alì dagli occhi azzurri Pasolini sta maturando questa nuova concezione senza averla ancora pienamente raggiunta: sotto il sole accecante delle periferie romane, i ritratti dei volti scolpiti dalla sofferenza dei suoi personaggi si barcamenano fra disoccupazione, affarucci illeciti e atti di vera e propria delinquenza per assicurarsi quei beni quali il frigo, la TV, la moto cioè i simboli del benessere borghese da cui sono attratti, ma che non possono permettersi se non compiendo atti criminali. Leggiamo così i racconti sceneggiati de “Accattone” e “Mamma Roma” poi diventati film o “Mignotta” e “Storia burina” in cui si racconta la parabola che trasforma un uomo o una donna che aveva una sua dignità prima dell’inurbamento forzato in criminali, papponi e mignotte così accecati dalla sete di possesso e dal desiderio di arricchirsi da diventare peggiori dei borghesi che vorrebbero imitare: della serie quando l’allievo supera il maestro anche nelle cose più riprovevoli.

Il libro però ci riserva una sorpresa finale ed è questa forse la profezia azzeccata: la poesia “Profezia” (qui recitata da un magistrale Toni Servillo) in cui Pasolini descrive con precisione impressionante i fenomeni immigratori di massa odierni con cinquant’anni di anticipo.

Qui Pasolini equipara le masse terzomondiste a quelle dell’Italia meridionale dell’Italia che fu perché entrambe provengono da un mondo arcaico ormai in via di sparizione, ma soprattutto perché entrambe faranno la stessa fine: così come gli ex contadini della defunta Italia arcaica saranno risucchiati dal cinico arrivismo borghese allo stesso modo succederà ad arabi e africani che giungeranno in Europa.

Insomma un finale tragico come è stata tragica la vita e la morte di Pasolini.

 

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