JONATHAN MILES. Scarti.


… siamo come merci al mercato, comprati e usati e buttati via e poi, a essere fortunati, recuperati e riutilizzati.

(Scarti, p. 483, ed. Minimum fax)

Non sono facile ad entusiasmarmi per un libro specie se mi accorgo che è un pretesto per veicolare contenuti propagandistici come fossero slogan pubblicitari (come in certa narrativa italina), ma questo Scarti di Jonathan Miles è un capolavoro. No, non esagero e lo ripeto: è un libro di orrida bellezza, laidamente stupendo o se si preferisce schifosamente riuscito. E’ come l’immagine di un mostriciattolo tipo gremlins brutto, goffo ma dotato a modo suo di una grazia e di una delicatezza veramente attraenti.

E mi fa riflettere sul mercato editoriale e sul fatto che spesso anziché vendere un libro, cioè un testo narrativo, si vende il nome dell’autore a prescindere dallo spessore artistico dell’opera. Insomma vende più un libro dai contenuti mediocri scritto da un autore altisonante (ad es. il deludente Racconti dell’età del jazz di F.S. Fitzgerald che finora ho trovato veramente noioso) piuttosto che una grande opera narrativa scritta da un autore non dico sconosciuto, ma almeno poco noto come questo Jonathan Miles di cui su interner ho trovato solo delle scarne ed epigrammatiche biografie.

I protagonisti assoluti del libro, gli attori principali onnipresenti e onni maleodoranti sono appunto gli scarti del titolo intesi sia nel loro senso più letterale di pattume, avanzi, immondizia variamente aggettivati come puzzolenti, marcescenti, putrescenti, in fermentazione vermicolare, etc, sia in senso metaforico intesi come scarti umani: una giovane coppia che fa parte di una fantomatica e ridicola cricca di anarchici cristiani che decidono liberamente di vivere d’accatto in uno squat, (alloggio fatiscente e/o pericolante inabitabile) recuperando cibo avariato e oggetti buttati da sacchi della spazzatura e cassonetti dell’immondizia; un esperto di linguistica e semiotica divorziato, solo e con un padre ricoverato in clinica per Alzhaimer; una ancor giovane donna doppiamente traumatizzata dall’aver perso il marito che lavorava al World Trade Center nella tragica mattina dell’11 settembre e che scopre averla tradita tramite una mail rivelatrice dopo la morte di lui. Tre nuclei di personaggi apparentemente molto diversi tra loro, ma accomunati da un tratto condiviso: tutti sono scarti umani, esattamente come il pattume, le cianfrusaglie di un defunto abbandonate in un garage o le scorie nucleari che il governo degli Stati Uniti vuole far interrare in un’area desertica.

E poi c’è un’altra analogia interessante che affiora durante il racconto grazie alla perizia narrativa dell’autore: gli scarti abbandonati e gettati via rivelano delle persone che li hanno utilizzati molto più di quanto rivelerebbe un’accurata indagine sulla loro vita. Dagli avanzi di cibo infatti possiamo conoscere le abitudini alimentari di una certa persona, dai suoi abiti abbandonati in un cassonetto i suoi gusti estetici,  dagli estratti conto bancari buttati in un cestino dei rifiuti la sua condizione economica, dalla qualità e quantità di rifiuti di una civiltà capire il suo tenore di vita. Gli scarti materiali sono dunque rivelatori quanto lo è il materiale psichico rimosso che finisce – ammettiamolo pure – in quella immateriale discarica abusiva che è l’ES dove viene immagazzinato tutto il superfluo, l’inutile e lo scarto delle nostre vite come fosse un archivio dimenticato da dove è possibile ripescare di tanto in tanto- tramite opportune pratiche – vecchie pratiche ormai ingiallite e macchiate dal tempo. Recupero importante e anzi necessario perchè così come il pattume gettato via se non viene bonificato e compattato, marcisce, vermicola e fermenta allo stesso modo le ferite interiori se non sono curate e guarite almeno parzialmente sono come una pietra alla bocca dello stomaco, una zavorra esistenziale che ti porti dietro tutta la vita boicottando qualsiasi tentativo di rinascita.

Insomma la tesi del romanzo di Miles è: la salvezza può venire solo dal recupero degli scarti gettati via per donare loro nuova vita così come dal recupero dei ricordi, delle delusioni, delle malinconie e delle sconfitte delle vita è possibile recuperare vecchie piaghe e ferite mai completamente rimarginate perchè siano finalmente medicate, bendate e fascoate in modo da dare al nostro passato la chance di tornare utile come un vecchio strumento riattato in vista della progettazione del nostro futuro. Ma qui l’esame dell’autore si approfondisce e si complica: non tutti gli scarti sono recuperabili, alcuni è meglio che vadano tranquillamente al macero. Ossia: tutte le ferite inteiori vanno curate, ma non tutte devono essere riattualizzate, anzi alcune vanno riposte ben fasciate e nedicate da dove le abbiamo estratte perchè siano più facilmente dimenticate.

Il romanzo si conclude con un mai banale e superficiale lieto fine per alcuni, con un orrendo precipitare etico e morale per altri. Dipende se chi si dedica al ripescaggio degli scarti della propria esistenza lo fa con lo sguardo trasparente di chi ricomincia dalle cose semplici e decide di invertire la tendenza decadente concedendosi una nuova chance ricostrunedosi sulle fondamenta della propria monnezza compattata, consolidata e cementata a formare un nuovo edificio o decide  di continuare ad accumulare scorie fino ad affondare in una palude melmosa.  E poi attenzione che da ortaggi e frutta apparentemente marcia recuperata da un sacchetto della spazzatura è ancora possibile ricavare del buono, così come da alimenti apparentemente ancora sani e di buon aspetto trovati al mercato all’ora di chiusura nulla o quasi è più recuperabile: scopriamo così che un becero uomo d’affari villano e un po’ bastardo è capace di gesti di pietà e che un apparente timido e remissivo finto umile che vive volontariamente come un accattone pur essendo benestante illudendosi di farlo per motivi ideali in realtà cerca solo l’avventura di uno stile di vita insolito o di provare il brivido di qualcosa di nuovo.

Alla fine, come diceva Lutero, siamo tutti mendicanti. Attualizzando Jonathan Miles scrive che alla fine siamo tutti degli scarti. Ma è fondamentale esserne consapevoli.

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