Pic nic ad Hanging Rock e Solaris: due mistery novel.


C’è un genere particolare di narrativa che mi ha sempre affascinato: la mistery novel. Che non deve essere confuso né con il genere horror, né con la fantascienza. Rispetto al primo la mistery novel non presenta mostriciattoli, né scene splatter o truculenze sanguinolente assortite; rispetto al secondo l’aspetto scientifico o tecnologico tipico della sci-fi è in secondo piano; rispetto a entrambi l’arcano cioè l’aspetto misterioso della storia rimane tale con un finale spesso open ossia variamente interpretabile. Del resto il tratto caratteristico delle migliori mistery novel riguarda l’allusione ad implicazioni metafisiche che sfuggono ad ogni tentativo di spiegazione razionale.

Ecco le due mistery novel che preferisco: Picnic ad Hanging Rock di Joan Lindsay e Solaris di Stanislav Lem, . Da notare che dei due romanzi sono stati tratti altrettanti bellissimi film rispettivamente per la regia del cineasta australiano Peter Weir nel 1974 e del maestro Andreji Tarkovsky nel 1972 (più mediocre rifacimento di Steven Sodenbergh con George Clooney nel 2002).

Picnic ad Hanging Rock si fa apprezzare per più di un aspetto. Innanzitutto si intuisce immediatamente che è stato scritto da una delicata mano femminile: l’autrice Joan Lindsay descrive con grazia impressionistica sia i panorami naturali sia quelli psicologici dei molti personaggi implicati nella storia. Nonostante in proposito siano fiorite molte ipotesi bisogna subito dire che la vicenda non è ispirata a un fatto di cronaca bensì frutto di pura immaginazione, il che non toglie nulla, ma anzi rende ancor più apprezzabile il talento della scrittrice. La quale era a propria volta una donna veramente misteriosa, forse dotata di facoltà medianiche: nel suo saggio autibiografico Time without clock la Lindsay dice che durante il primo periodo della sua vita coniugale aveva la capacità di fermare gli orologi quand vi passava accanto. Qualità questa che si riscontra anche nel romanzo (e nel film) nella scena in cui un gruppo di giovani educande si recano assiene alle loro istitutrici a un picnic presso l’antidiluviana formazione rocciosa di Hanging Rock sacra da tempi ancestrali agli aborigeni australiani durante il quale due fanciulle e un’insegnante di matematica spariscono misteriosamente senza lasciare traccia mentre compiono un’escurisione verso i picchi scoscesi della roccia. la storia si svolge nel periodo incluso fra il 14 febbraio 1900 giorno di San Valentino e il 27 marzo dello stesso anno: attraverso la ricostruzione meticolose delle vicenda narrata, la Lindsay con rara maestria e utilizzando tonalità descrittive che corrispondono a una pittura in tenui tinte pastello, riesce a sospendere il lettore in un atmosfera dorata e sognante originalissima. la storia pare sia derivata all’autrice da un sogno ambientato appunto ad Hanging Rock così realistico da indurla a farne un romanzo che scrisse nell’arco di appena due settimane (qui) e, presumibilmente, dalla visione di un dipinto di William Ford intitolato appunto Picnic ad Hanging Rock (1875).

File:William Ford Hanging Rock.jpg

Occorre sottolineare che tutta l’ipera è pervasa da quella che possiamo definire la filosofia o visione del mondo tipica degli aborigeni australiani ossia l’idea che la realtà visibile e percepibile con gli organi di senso è solo apparenza in cui gli aspetti corporei e spirituali degli esseri viventi sono fusi. Secondo la mitologia dei nativi australiani il tempo non è altro che una dreamtimes (tempo del sogno) in cui sono presenti dei sentieri iniziatici o dreamtracks che conducono l’esploratore che ne sia degno verso dei luoghi esoterici in cui finalmente attingere alla vera realtà: i picchi rocciosi di Hanging Rock sono appunto uno di questi luoghi in cui è possibile abbandonare il mondo delle apparenze per entrare in quello della vera realtà. Questa concezione è largamente diffusa in molte culture arcaiche orientali dal cosiddetto “velo di Maya” delle religioni orientali alla filosofia stoica di Seneca e Marco Aurelio. A incarnare splendidamente questa dimensione onirica è il personaggio di Miranda,  una delle due fanciulle scomparse, la quale oltre a essere di una bellezza tale da essere assimilata nel romanzo a una delle muse della Primavera del Botticelli  sembra possedere facoltà intuitive straordinarie e un carisma eccezionalmente spiccato che la rende in grado di esercitare un’ascendente notevole sulle altre ragazze dell’Appleyard College alcune delle quali ne sono soggiogate. All’interno del prestigioso college per ricche adolescenti tuttavia non mancano rancori repressi e sottili forme di malvagità specie nei confronti delle educande che non appartengono a ricche famiglie aristicratiche, ma che si trovano al college solo perchè la retta è pagata da caritatevoli benefattori. Lungo tutto il romanzo emerege di tanto in tanto inoltre una soggiacente critica alla società vittoriana con i suoi rigidi dogmi e la sua morale puritana che impedirebbe la libera espressione della creatività corporea e psicologica. Significativamente in questo senso è il fatto che molte delle protagoniste femminili si liberano dei corsetti che ne costringono il corpo al punto quasi di ostacolare il respiro e delle scarpe che impediscono il contatto diretto con la terra.

Da notare infine che ad aggiungere una nuova dose di fascino al racconto nel 1987 è apparso un capitolo conclusivo, il XVIII, intitolato The Secret of Hanging Rock (qui) mai tradotto in italiano che mancava alla prima edizione dell’opera: in realtà questa appendice conclusiva è stata scritta da Joan Lindsay contestualmente al romanzo, ma per ragioni editoriali e quindi commerciali, l’editore preferì espungerla dal romanzo proprio per lasciare un finale open che lasciasse intatta l’aura di mistero che avvolge la sparizione delle due ragazze e della loro istitutrice: in quest finale postumo è l’insegnante stessa Greta McGraw ad agire come una sorta di sciamana che provoca una metamorfosi naturalistica di se stessa e delle due ragazze che la seguono sui picchi della roccia.

Solaris di Stanislav Lem è un romanzo generalmente incasellato nell’area della fantascienza, il che è corretto. Ma quello che lo contraddistingue sono le allusioni metafisiche o addirittura teologiche che percorrono tutta la storia. Solaris è il nome di un lontano pianeta che ha una caratteristica forse unica: anzichè ospitare forme di vita aliene, ospita una sola forma di vita aliena ossia un oceano pensante che come un gigantesca cervello ricopre tutta la superficie del pianeta tranne poche terre emerse.

SolarisL’oceano che ricopre Solaris è un vero enigma: sembra intelligente e in grado di reagire alla presenza degli uomini che lo studiano cercando di scoprirne la natura con vari esperimenti. La solaristica diviene in breve una scienza che produce una miriade di ipotesi diversissime sulla vera essenza dell’oceano: per alcuni è semplicemente una massa liquida-colloidale amorfa, per altri un organismo vivente in grado di reagire a determinati stimoli in modo meccanicistico, per altri ancora è una vera e propria forma di vita intelligente che sembra intrattenere con se stesso una specie di monologo interiore di cui, con strumenti adatti, si possono cogliere solo alcuni frammenti. La solaristica si trasforma presto in qualcosa di affine a una nuova religione: nella fase iniziale degli studi prevale l’aspetto profetico di chi cerca un ottimistico santo contatto ossia la possibilità di dialogare con l’oceano senziente le cui colossali produzioni plastiche in superficie in continuo divenire sembrano manifestare un’intelligenza cosmica. Segue poi una fase ereticale in cui l’entusiasmo primitivo si raffredda; l’idea primitiva di un oceano intelligente viene messa in discussione da visioni più materialiste che vedono nelle produzioni della massa colloidale solo reazioni meccaniche in seguito a stimoli indotti dall’esterno. Infine si afferma la fase dogmatica  come reazione a quella ereticale tesa a fondare una scuola di pensiero agnostico in cui lentamente ma insesorabilmente l’entusiasmo per il santo contatto si spegne definitivamente mentre si consolida l’idea che del pianeta è possibile solo descriverne i moti vitali, ma non camprenderne l’essenza profonda.

E’ evidente il parallelo con le religioni storiche in cui le tre fasi profetica, ereticale e dogmatica sono una costante spesso seguito da una quarta e cioè la fase del ritorno alle origini con cui il cerchio si chiude. Il romanzo rifà la storia della solaristica a partire retrospettivamente dalla fase dogmatica, ma i tre scienziati che sono rimasti nella stazione orbitale che ruota attorno al pianeta a poche decine di metri dalla sua superficie liquida scoprono forse la chiave di volta del suo segreto: l’oceano è infatti in grado di estrapolare dalle menti degli uomini i loro desideri più riposti e inconfessati e dare loro vita e forma sia pure in entità dapprima goffe e “difettose”, ma poi via via sempre più umane. Solaris diviene così una sorta di specchio che riflette le brame recondite degli uomini o una divinità che ne scandaglia i cuori e ne scruta i segreti. Si affaccia così l’ultima definitiva ipotesi: l’oceano colloidale sarebbe una divinità-bambino che per gioco riproduce i pensieri dei tre scienziati a fini esclusivamente ludici oppure, secondo un’interpretazione più classicamente teologica, cerca di realizzarne i desideri più puri e legati agli affetti nel tentativo di renderli felici restituendo loro una seconda possbilità di riscatto dagli errori del passato in una forma cosmica di redenzione.

 

 

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