L’UOMO IN MENO (Atto II).


dramma epico – calcistico.

ATTO II

La nuova sede dell’F.C. Ambrosiana sembrava veramente la hall di un hotel 6 stelle Premium oppure il vestibolo di una grande clinica svizzera perfettamente pulita e sterilizzata oppure ancora l’ingresso della sede di una importante organizzazione liberal massonica con tanto di colonne classiche e capitelli dorici. Ma quell’ambiente aveva qualcosa di sottilmente malsano, di vagamente ambiguo, di troppo lucido e tirato, di troppo laccato, di sobriamente eccessivo: in una parola di falso. Appena entrato Javier sentiva il lieve profumo di cera salirgli alle nari come una rara fragranza orientale, un nettare d’ambrosia dolciastro e nauseante, una essenza schifosamente lasciva. Doveva timbrare il badge digitale e poi andare al campo d’allenamento per la rifinitura in vista della prima partita di campionato da giocare in casa contro l’Atalanta. Si tolse le cuffiette dalle orecchie mentre estraeva il badge dallo zainetto “Adidas”in stile vintage anni Settanta quando la signorina Akagawa con il suo visuccio da bambola di porcellana orientale, la boccuccia a bocciolo di rosa e la sua capigliatura da geisha giapponesegli chiese se poteva accomodarsi un attino in meeting room.

Queste richieste un po’ misteriose il cui movente restava oscuro avevano sempre creato ansia a Javier. Sentiva in queste occasioni un impulso quasi irrefrenabile a chiarire subito.

-In meeting room ? Perché, cosa è successo?-

-Glielo spiegherà monsieur Borieux stesso.- La voce della signorina Akagawa era artificiale, sembrava uscire da qualche orifizio di una porno bambola plastificata. E suonava falsa come quella di una pubblicità di un auto di lusso.

In meeting room ad attenderlo c’era monsieur Alain Borieux in persona. Si alzò per accoglierlo con una vigorosa e virile stretta di mano, la stretta di un vincente, di un uomo enormemente sicuro di se. E monsieur Borieux poteva a buon diritto essere sicuro di se: dal corpo alto, ben proporzionato, snello e forte sormontato da una testa leggermente cavallina, ma perfettamente simmetrica coi capelli corti a spiovere al centro della fronte e l’accenno di stempiatura che lasciava scoperto il suo cuoio capelluto lucido, roseo, teso. Il naso forte e sottile come il timone di un catamarano, le labbra sottili e sempre immobili, lo sguardo celeste dritto e acuto, la fisionomia senza un fremito testimoniavano di un uomo perfettamente a suo agio specie quando gli altri si sentivano a disagio. Lui traeva la sua energia dal disagio altrui. Il doppiopetto blu “ministeriale” rivestiva il suo corpo di quarantenne sportivo esaltando anziché occultare la vigoria del suo appeal sessuale di maschio alfa. Doveva piacere molto alle donne, sua moglie non doveva essere una coniuge troppo gelosa altrimenti la vita con quell’essere qualitativamente superiore sarebbe stata impossibile. Impossibile. Si, impossibile. Monsieur Borieux e la signorina Akagawa ora stavano di fronte a Javier Montecristo mentre nell’aria aleggiava la fragranza fredda come un pack artico del dopobarba del Presidente.

-Come procede la preparazione signor Montecristo?-

La domanda di monsieur Borieux era palesemente e villanamente preparatoria come tipico di chi è costretto a dire qualcosa di sgradevole. Un allarme silenzioso assunse il peso di un blocco di granito alla bocca dello stomaco di Javier. Sentiva, presagivo, intuiva chiarissimamente che monsieur Borieux lo aveva convocato per comunicargli qualche spiacevolezza.

-Procede regolarmente, grazie presidente.-

-Bene. Molto bene.-

Monsieur Borieux ora stava preparando l’affondo, era come un centravanti pronto a scattare a rete e scaraventare la palla in gol.

Poi, come provenisse da una gelida dimensione siderale:

-Signor Montecristo mi dicono che lei fuma. Di nascosto.-

Nell’impura luce della meeting room seduto al tavolo ovale destinato alle comunicazioni importanti fra dirigenza del club e giocatori o altre riunioni di vertice quelle parole rimbombarono nelle orecchie di Javier come i suoni emessi da un burocrate che comunichi a un suo sottoposto una mancanza grave. Ed in effetti era così.

Un cristallino senso di disperazione inghiottì quasi tutte le sue facoltà, compresa quella di elaborare in modo veloce una risposta che gli parasse il culo in modo credibile. Non aveva scuse, era vero che fumava di nascosto. Ma subito un dubbio atroce lo attanagliò: qualcuno lo aveva tradito. E subito il gusto amaro del tradimento gli riempì l’animo fino a traboccarne.

Poteva giustificarsi parzialmente invocando il fatto indubitabile che tutti i calciatori fumavano di nascosto. E non avendo altra scelta ricorse a quella giustificazione.

-Presidente mi deve perdonare. Si fumo, ma più o meno è quello che fanno tutti…-

Colse un bagliore nello sguardo di monsieur Borieux che corrispondeva a un segnale di vittoria.

-Davvero signor Montecristo? E chi sono questi “tutti” che fumano di nascosto?-

Era in trappola.  

Umiliato, sconfitto, scandalosamente indifeso di fronte alla durezza impietosa di monsieur Borieux dovette tacere. E poi l’outing imprevisto di miss Akagawa, colei la cui presenza a fianco del presidente era una costante, la donna venuta dall’oriente con la sua faccetta impassibile che non sapeva nulla di calcio, della psicologia dei calciatori, dei loro sogni e delle loro delusioni.  Una piccola frase stronza fece salire una rabbia rossa e bollente alla faccia di Javier.

-Il Presidente Borieux sta aspettando una risposta signor Montecristo -.

Non volevano limitarsi a vincere, era evidente: quella coppia di vincenti nati per elezione divina volevano stravincere, trionfare. Uno scatto di orgoglio fugò in Javier Montecristo le nebbie umidicce e schifose della paura e della soggiacenza psicologica nei confronti del Potente e della sua geisha che gli stavano di fronte.

-La mia risposta è che io non faccio delazioni miss Akagawa.-

-Chi le ha detto che si tratta di una delazione’-

-Lo ha detto poco fa lei, signor Presidente. Ha detto “mi dicono” dunque di delazione si tratta.-

-Direi una segnalazione per il bene della squadra, non una delazione signor Montecristo.-

-Non le è venuto il dubbio che possano esistere false segnalazioni signor Borieux?. Per antipatia personale, ad esempio.-

-Ma non è questo il caso. Lei stesso ha ammesso poco fa di aver fumato.-

-Non proprio di aver fumato nella circostanza specifica cui lei si riferisce e che le hanno riferito, ma di fumare genericamente.-

-Ma lei in quanto atleta ha il dovere di non fumare nemmeno genericamente, signor Montecristo.-

Javier non disse più nulla. Aveva capito di essersi spinto troppo oltre, la discussione rischiava di degenerare ed era noto in ambiente calcistico quanto la proprietà francese dell’F.C. Ambrosiana avesse delle regole assolutamente non negoziabili riguardo alla disciplina.

-Lei è diffidato signor Montecristo. Faccia in modo che non riceva altre segnalazioni di questo tipo o sarò costretto a prendere provvedimento. Per ora se la cava con un cartellino giallo, le auguro non debba trasformarsi in rosso.

Il tradimento. Qualcuno lo aveva tradito commettendo il peccato di Giuda. Era inconcepibile come qualcuno, forse un suo stesso compagno di squadra, avesse avuto l’ardire di andare da monsieur Borieux, se non addirittura dalla sua vessillifera miss Akagawa a spifferare con aria compiaciuta da complottista zelante che lui, Javier Montecristo, fumava di nascosto. Questo significava due cose: a) qualcuno all’interno dell’Ambrosiana lo detestava e lo voleva screditare. Per invidia, per gelosia, per cattiveria pura; e b) che monsieur Borieux pur sapendo benissimo che una squadra di calcio è simile a un seminario dove quasi tutti fanno cose che sarebbe meglio non fare e quindi pur sapendo benissimo che i suoi calciatori fumavano, aveva deciso di rompere il patto di tolleranza proprio nei suoi confronti. In altre parole: perché cazziare lui per una cosa che facevano tutti ? Punirne uno per educarne cento, forse. Ma di solito queste reprimende umilianti si fanno nei confronti dell’ultimo arrivato, di un panchinaro cronico, di una riserva saldamente avvitata alla panchina non nei confronti della stella della squadra.

Ma ora mentre rifletteva a tutto questo a Javier accadde un episodio illuminante del clima umano che vigeva all’interno del club da quando i francesi avevano rilevato la proprietà prima dell’ Inter e dopo un anno del Milan e proceduto alla fusione fredda da cui era nata l’ F.C. Ambrosiana. Era appena uscito dagli spogliatoi del centro di allenamento ed era l’ultimo, i suoi compagni se ne erano già andati. Nel corridoio debolmente illuminato dalle luci al neon come fosse lo scantinato di un ospedale o un magazzino si era imbattuto nel magazziniere, Nicola Cacace.

Era costui uno scaltro foggiano di una cinquantina d’anni, piccolo di statura, dal volto rossiccio col naso leggermente camuso da pugile, quasi completamente calvo e dal cui fisico emanava sempre un costante attivismo specialmente dalle mani sempre intente a gesticolare manco fosse una ballerina di flamenco. Aveva la parlantina facile e triviale ed era sempre mobile perennemente intento com’era a qualche attività di manutenzione e stivaggio materiale come una fottuta laboriosa ape. Egli aveva lavorato alle dipendenze prima dell’Inter e poi dopo la fusione col Milan per l’Ambrosiana. Dunque della società conosceva anche i più reconditi particolari molti dei quali inediti sconosciuti alla grande e piccola stampa.

Il Cacace trascorreva la maggior parte delle sue otto ore lavorative nell’immenso magazzino posto nei seminterrati della sede sociale. Un ambiente solitario e desertico immerso nella penombra in cui si muoveva a suo agio come fosse a casa propria. Il magazzino era ricolmo di vecchi oggetti dismessi i più svariati: vecchi armadietti metallici da spogliatoio rotti scardinati o arrugginiti, sedie sbilenche, tavoli azzoppati, antichi monitor da computer, preistorico materiale audiovisivo quali vecchi televisori a tubo catodico e antidiluviani videoregistratori, perfino una vecchia camera da letto stile “Cavour” con un ottocentesco armadio munito di piedini a “zampa di leone” e letto sormontato da sculture gotiche quali idre e gorgoni.

In questo ambiente polveroso, silenzioso e immoto il Cacace aveva stabilito saldamente una specie di piccolo regno personale in cui si muoveva perfettamente a suo agio come un beduino nel deserto. Di più: il sagace foggiano aveva addirittura trasformato un localuccio di una decina di metri quadri proprio accanto al locale caldaia in un monolocale a uso personale con tanto di fornello alimentato da una micro bombola da campeggio, un vecchio tavolo coperto da una incerata a quadri tipo vecchia osteria, tre o quattro sgabelli spaiati e spagliati, una credenza a parete ricolma di pasta, scatolame, vasellame, taralli e friselle; un piccolo frigo anni Settanta col maniglione di metallo dove conservava salumi e formaggi di latte podolico fatti arrivare direttamente dal paese suo e un paio di bottiglie di vino rosso forte e maturo così genuino che olezzava di letame. A completare questo loculo così ben attrezzato dietro un tendaggio sostenuto a un’asta orizzontale tramite quattro anelli giaceva una branda con un cuscino e un paio di coperte dove evidentemente il furbo meridionale si installava a dormire il sonno del giusto dopo essersi satollato.

Montecristo si fidava della scaltra saggezza popolare di quell’uomo, del suo senso di giustizia, della sua etica tradizionalista. Il Cacace infatti, com’è facile intuire, era uno di quegli uomini che viveva nel passato, ancora tenacemente arroccato alle vecchie usanze religiose che i più avevano da tempo abbandonato, ancora nostalgicamente ancorato – da un punto di vista politico – alla prima repubblica coi suoi partiti scomparsi da trent’anni: non votava più da decenni perché non comprendeva i nuovi simboli di partito abituato com’era allo scudo crociato della D.C., alla falce e martello del P.C.I. e al garofano del P.S.I.  Del resto il suo isolamento culturale era favorito dalla quasi totale mancanza di competenze informatiche dato che usava il computer solo per visionare qualche sito di notizie locali relative al paese suo e poco altro e a inviare qualche mail. Idem per quanto riguarda lo smartphone di cui utilizzava solo le funzioni fondamentalissime. Parrà strano, ma questa sua anacronistica marginalità dalle novità in qualsiasi ambito lo aveva preservato dalla nevrosi collettiva facendone un uomo autonomo che non aveva bisogno di nessuno. Tanto è vero che già cinquantenne non era sposato, né aveva donne.

Anche quel giorno dopo aver appreso del tradimento, Montecristo uscì dallo spogliatoio notevolmente turbato, con la mente agitata e il cuore affranto alla fine della seduta d’allenamento peggiore della sua vita. Il Cacace, che come tutti i personaggi popolari indovinava a colpo d’occhio lo stato d’animo altrui, subito lo riprese coi suoi modi burberi e le fraseologia di derivazione dialettale:

– Capità, che è, vai raccattando  i’ cicche?

L’espressione, assai in voga nel foggiano, nell’area del Tavoliere delle Puglie e del materano in Basilicata significava più o meno “Capitano, che stai facendo? Stai raccogliendo i mozziconi di sigaretta a terra?” . Tradotto in termini comprensibili non letterali significava che esattamente come un poveraccio che scruta a terra al fine di raccattarvi mozziconi di sigaretta da fumare e pertanto tenendo lo sguardo basso non guarda in faccia chi gli passa accanto, allo stesso modo Montecristo non aveva notato il Cacace a causa del suo del suo portamento abbattuto e pensieroso.

Come riscotendosi dauno stato di torpore Javier disse al pugliese di scusarlo, ma era incazzato per via del dialogo avuto con monsieur Borieux e miss Akagawa. Ascoltato con attenzione il racconto di Montecristo l’uomo del Tavoliere era rimasto un po’ assorto poi con aria cospiratoria e guardandosi enfaticamente le spalle gli si era accostato all’orecchio e gli aveva sussurrato:

– Capità, questo è un ambiente meschino. Vieni con me.

E Javier aveva seguito Nicola  attraverso un labirinto di scale, sottoscale, androni, porte antipanico sgangherate e corrose, corridoi afosi fino al suddetto monolocale. Ivi giunti l’ottimo pugliese, dato che era ora di cena, aveva in un baleno apparecchiato la tavola anche per Javier con salumi assortiti, provolone piccante, pane di Monte Sant’Angelo di grano duro con lievito madre, una bottiglia di vino artigianale e in quanto tale priva di etichetta. Davanti a quella tavola imbandita come fosse una natura morta con selvaggina di qualche autore fiammingo del Seicento, il sagace Cacace aveva raccontato a Javier una incredibile storia accaduta prima della fusione, quando l’Inter era ancora l’Inter e il Milan era ancora il Milan. Si trattava dell’episodio relativo a quello che la stampa aveva denominato “caso Garzinho” dal nome del giocatore brasiliano che ne era stato suo malgrado protagonista.

Dunque anni prima durante la stagione calcistica 2026 – 2027 l’Inter già di proprietà francese aveva ingaggiato dalla squadra brasiliana del Magellano neo promossa nel campionato paulista, Paulo Ricardo do Caricamento in arte Garzinho. Questo giovane gioiello di vent’anni era uno dei più promettenti prospetti del calcio internazionale: un attaccante svelto e tecnico come una faina che aveva già segnato una valanga di gol specialmente ricorrendo alla sua classica giocata che consisteva nel saltare l’avversario con un gioco di gambe ubriacante per poi lasciar partire un tiro secco e potente come un fucilata imparabile per i portieri avversari. Insomma si parlava di lui come del “nuovo Messi”. Prelevarlo per l’Inter non era stato facile, la società per ingaggiarlo aveva dovuto vendere tre giocatori di discreto valore dato il costo del cartellino, l’ingaggio da corrispondere al giocatore e le commissioni da pagare all’agente. L’operazione era stata condotto con estrema cautela e massima discrezione anche perché Garzinho era figlio di un politico brasiliano di stampo progressista molto influente e noto per il suo carattere vulcanico: Carlos Do Caricamento, il padre, era tra l’altro uno dei massimi fautori dell’inserimento di “quote rosa” all’interno di squadre di calcio maschili.

Garzinho era stato subito inserito dal mister di allora, l’olandese Pinckenmaier, titolare come seconda punta: il ragazzo le prime quattro partite di campionato contro Atalanta, Napoli, Benevento e Roma aveva fatto faville segnando e servendo tre assist al compagno di squadra, l’attaccante tedesco Von Heberle. Ma poi inspiegabilmente non solo non era stato più schierato come titolare, ma non era più stato nemmeno convocato nelle partite successive. Il club aveva rilasciato solo uno stringato comunicato stampa in cui si parlava di un infortunio non grave ma prolungato, uno stiramento al retto femorale. Circa i tempi di recupero la società non si sbilanciava indicando genericamente tempi  variabili a seconda dell’evolvere del percorso di guarigione.

Dopo circa un mese di assenza infine il fulmine a ciel sereno: con un nuovo sintetico comunicato da agenzia di stampa sovietica anni Cinquanta, l’Inter comunicava che Garzinho era stato ceduto al Magellano, ossia la squadra brasiliana di provenienza in prestito perché, in sostanza, il ragazzo aveva ancora bisogno di esperienza, ma soprattutto aveva bisogno di stare accanto alla famiglia causa problemi familiari gravi.

Ovvio che la stampa sportiva, alle tv in chiaro e a pagamento, gli opinionisti vari, i tifosi più o meno organizzati, gli addetti ai lavori la storia dei “gravi problemi familiari” se l’erano bevuta fino a un certo punto: c’era chi diceva che in realtà l’infortunio era più grave del previsto e che spulciando nel passato del calciatore aveva scoperto che il ragazzo era soggetto a  frequenti infortuni e dunque in sede di approfondimenti medici la società aveva scoperto che non offriva garanzie di tenuta fisica; altri sostenevano che il ragazzo soffrisse di saudade e che quindi si era reso opportuno restituirlo al mittente;; altri ancora che l’ingombrante padre non voleva che il figlio giocasse per una squadra il cui allenatore, Pinkenmaier, aveva pubblicamente affermato di simpatizzare per il candidato sovranista alle imminenti elezioni olandesi.

-Ma la verità è ben altra – diceva il Cacace a Javier con un bagliore di malizia nello sguardo mentre una sorriso sottile e scaltro gli scoperchiava gli incisivi. E cosi mentre entrambi ingollavano spesse fette di salame nostrano e abbondanti bocconi di caciocavallo tra un bicchiere di vinaccio e l’altro il foggiano, a dimostrazione di quanto fosse meschino l’ambiente in cui era, aveva rivelato a Montecristo come erano andate realmente le cose riguardo al celebre “caso Garzinho”.

Il ragazzo un giorno era sparito dopo l’allenamento: era stato visto dai compagni per l’ultima volta negli spogliatoi dopodiché di lui si erano perse le tracce, svanito come volatilizzato nel nulla. A un giorno dalla scomparsa e dopo vane ricerche si stava già pensando di avvisare i carabinieri con grave scandalo per la società che dimostrava così la sua incapacità di gestione dei giovani calciatori, quando il Cacace colto da una specie di illuminazione aveva cercato nei recessi più profondi e viscerali dei sotterranei, in luoghi in cui da anni nessuno metteva più piede come fossero i resti di qualche antica necropoli dimenticata da tutti. Guidato da un forte odore alcoolico finalmente il Cacace aveva trovato Garzinho completamente ubriaco in una nicchia di un corridoio sotterraneo accanto a una vecchia erogatrice di cibi e bevande. Il ragazzo, ubriaco fradicio, si era ivi rifugiato e lì giaceva da ventiquattro ore in stato di semi incoscienza alcoolica in un dormiveglia da ebete.

Avvisata la dirigenza il Cacace era stato invitato a non pronunziare verbo sulle circostanze della sparizione e del ritrovamento di Gairzinho per evitare uno scandalo pubblico data la notorietà del celebre padre. Per evitare ulteriore complicanze il club rispedì il ragazzo in Brasile mentre il Cacace, forte del segreto di cui era custode, aveva ottenuto di poter fare più o meno quello che gli pareva nello scantinato ossia mangiare e dormire e un parziale esonero dalle mansioni più faticose. In sostanza e senza troppe perifrasi aveva ottenuto in cambio del suo silenzio la facoltà di lavorare il meno possibile e di usufruire a piacimento degli immensi scantinati che costituivano il suo reame.

(segue)

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