L’UOMO IN MENO (Atto VI).


DRAMMA EPICO – CALCISTICO.

ATTO VI

Alla ripresa del campionato dopo la pausa per le “feste stagionali” Javier era pronto a rientrare in campo dopo il suo “recupero fisico”. La trasferta di Genova contro il Genoa alla terza del girone di ritorno del campionato 2029 – 2030 era decisiva. L’F.C. Ambrosiana infatti era settima in classifica quindi fuori dalla zona che garantiva l’accesso alle coppe europee avendo davanti Juve, Lazio, Atalanta, Torino, Udinese, Sampdoria con quest’ultima un punto avanti rispetto all’Ambrosiana sull’orlo di una crisi.

La classifica in quella maledetta domenica di gennaio era la seguente:

Juve 37

Lazio, Atalanta 35

Torino, Udinese 34

Sampdoria 33

Ambrosiana 32

Roma, Napoli 31

Verona, Parma 29

Bologna 27

Lodigiana 25

Olympic Tirana 23

Perugia, Monza 21

San Marino 20

Vaticanese 19

Bari 18

Ascoli 16

Come nella miglior tradizione dell’Inter che aveva trasferito alla nuova compagine milanese un certo femmineo isterismo e del Milan che aveva lasciato in eredità al novello club una forma di superficiale snobismo da “lesa maestà” calcistica retaggio del glorioso passato, all’interno della società cominciavano già ad affiorare i primi sintomi di cupo malumore fra i dirigenti che attraverso mezze frasi, beffarde allusioni e vaghi accenni polemici già tentavano di addossarsi l’un l’altro le responsabilità dell’incipiente fallimento. Aveva cominciato il mister Vladislav Vanadiumovic già ex allenatore della Serbia campione del mondo ai mondiali giocati in India in stadi da hockey su prato adattati al calcio a insinuare durante la conferenza stampa precedente la partita che la squadra necessitava di rinforzi e che

“…c’è da augurarsi di cuore che chi può provveda e se non può venga qui lui a parlare coi giornalisti perché io non so più cosa dire”.

Con chiaro riferimento all’ AD della società Michelangelo Reame e/o al D.S. Raffaello Specchiante se non addirittura al Presidente in persona, vale a dire monsieur Alain Borieux.

Insomma a partire dal malaugurato pareggio in casa zero a zero prima della pausa contro la Vaticanese in una partita ostica quant’altro mai essendo la squadra papalina tradizionalmente virile nei contrasti, rocciosa in difesa e particolarmente dura nel suo gioco strategicamente falloso a centrocampo, il clima umano in seno all’Ambrosiana presentava segni di tensione emotiva che potevano facilmente sfociare, in caso di nuova dèbacle contro il Genoa, in aperte accuse reciproche fra dirigenti circa la campagna acquisiti, la scelta di questo o di quel giocatore, la decisione di affidare il team a un sergente di ferro tutto d’un pezzo alla full metal jacket come mister Vanadiumovic che già, nonostante l’ottima prova ai mondiali indiani, era stato allontanato dalla Federazione Serba per i suoi metodi di allenamento che sembravano mutuati direttamente da una scuola di guerra prussiana.

Fra i giocatori risultavano particolarmente attaccati dalla stampa il difensore Cavalli, un marcantonio sgraziato soprannominato “Frankestein” dai tifosi a causa del suo piede quadro e del fatto che quando avanzava palla al piede metteva letteralmente i brividi per il suo disordinato claudicare e la rigidità della postura in corsa e l’attaccante brasiliano Apuleios.

Quest’ultimo – giocatore veloce, sgusciante e lesto – per queste sue caratteristiche era soprannominato “il viscido” a indicare una sua tendenza a ostentare pigra indifferenza ai limiti dell’aria di rigore avversaria per poi partire a razzo improvvisamente e imprevedibilmente centrifugando nel vortice delle sue gambette mulinanti a ritmo impazzito i difensori che non riuscivano a fermarlo. Il problema è che una volta così liberatosi per il tiro a rete Apuleios scaraventava incredibili palloni direttamente in faccia al portiere avversario in uscita con violenza tale da avere procurato fratture facciali a più di un estremo difensore: così ad esempio aveva causato la rottura del setto nasale a El Alahzred della Vaticanese e una frattura zigomatica a Fotide della Juve. Insomma a tanta tecnica e velocità faceva purtroppo da contrappunto nell’ Apuleios una certa mancanza di lucidità nel tiro a rete con incredibili occasioni sprecate. Era uno che preferiva la potenza del tiro alla precisione collezionando così più facce spaccate che goals. L’apice dell’incredulità circa le sue doti balistiche si era concretizzata alla quarta giornata nella partita contro il Parma quando Apuleios aveva calciato un missile direttamente in tribuna centrando in pieno volto un bambino. L’impatto era stato così violento che il marmocchio era stato portato in ospedale per accertamenti mentre nei giorni seguenti i giornali avevano tuonato contro l’imperizia criminosa del giocatore invocandone una dura sanzione. Inoltre Apuleios aveva l’abitudine di celebrare ognuno dei suoi non troppo numerosi goals mimando un cacciatore che con lo sguardo al cielo sparava un colpo di doppietta ad abbattere immaginari volatili e a simboleggiare la sua tecnica balistica così simile a una fucilata che non lasciava scampo agli avversari.

Questo modo di esultare fin dall’inizio del campionato aveva suscitato l’ira funesta della Vaticanese peraltro nota per la durezza del suo gioco, la quale aveva vibratamente protestato per l’incoscienza calcistica dell’Apuleios che ignorava qualsiasi norma misericordiosa nei confronti di avversari e tifosi coi suoi tiri che finivano spesso in faccia a portieri, tifosi e bambini e per di più gioiva in modo sconveniente: la giovane e bella presidentessa della Vaticanese suor Edwige, che aveva voluto una squadra multietnica e multireligiosa per favorire il dialogo e debellare il germe rovinoso della discordia religiosa e culturale anche in seno al calcio, aveva potentemente tuonato contro l’aggressivo atteggiamento di Apuleios con un ridondante pippone saturo di arcaismi che si sopportava solo per l’indubbia calda avvenenza della religiosa:

“… serve anche nel giuoco del pallone un integrazione equa e sostenibile fra tutti i membri della famiglia umana che includa cristiani, musulmani, buddhisti, animisti, atei, nichilisti, etc in nome della fratellanza comune che adora lo stesso dio. In virtù di ciò condannoamo ogni forma di competitivismo sfrenato che ignori le regole del rispetto reciproco. Vale di più un tiro debole e dimesso verso la porta che un bolide sparato sul viso fraterno di chi lealmente gioca sul campo e una espressione di legittima, ma contenuta soddisfazione che una belluina e violenta manifestazione di giubilo a imitare pratiche violente come quella di mimare indegne sparatorie verso immaginarie vittime animali. Quest’ultima consuetudine, peraltro estremamente diseducativa…”

Il comunicato proseguiva ancora per altre tre pagine coi toni epici e lacrimevoli di chi si sente ingiustamente ferito nella sua rara sensibilità che i più non comprendono.

Ma torniamo a quella dannata domenica invernale a Genova: come già detto la partita era decisiva per stroncare sul nascere malumori e reprimende interne che rischiavano di isterizzare l’ambiente. Vanadiumovic era stato chiaro: pretendeva una chiara vittoria. Magari strappata coi denti e con le unghie, ma una vittoria anche se non facile contro un avversario ostico e bisognoso di punti per evitare la retrocessione. Per questo aveva predisposto una formazione a vocazione marcatamente offensiva con un classico 4-3-3 con Apuleios centravanti, Mulas e Milone sulle ali con facoltà di accentrarsi per tentare il tiro a rete. Il centrocampo era di “sacrificio” con diversi portaborracce destinati a rifornire le tre punte con un ruolo inedito per Montecristo in posizione di playmaker basso davanti alla difesa a impostare il gioco verticalizzandolo solo verso le punte.

Montecristo aveva già giocato il campionato precedente a Genova contro Samp e Genoa, ma ogni volta restava fortemente impressionato dallo stadio “Marassi”: il manufatto era concettualmente il più antico e il più inglese degli stadi italiani. Portava i segni inequivocabili della sua vetustà, ma anche quelli della sua capacità di sopportare indicibili sofferenze calcistiche da parte specialmente del Genoa che ogni campionato faceva una fatica boia a salvarsi dalla B. Una stadio ricco di storia, di sofferenza, di drammi che sorgeva peraltro in una zona densamente popolata e popolare con quei vecchi e decrepiti palazzi che gli facevano da cornice smangiati dalle intemperie e dalla salsedine, scrostati dall’umidità e biancheggianti di panni appesi alle finestre e olezzanti di un vago sapore di pesce azzurro, quello più salato e a buon prezzo. Insomma per farla breve era uno stadio che per la sua struttura, storia e ubicazione geografica faceva cagare addosso la squadra ospite che si ritrovava catapultata in una sorta di arena per gladiatori con la folla che gremiva gli spalti a pochi metri dai calciatori. Il pubblico genoano era appassionato e visceralmente attaccato alla propria squadra tanto da essere veramente un dodicesimo in campo: le bandiere del “Grifone” rosse e blu quel pomeriggio domenicale alle 15 sventolavano orgogliose e garrule agitate da un impetuoso vento marino che sapeva di sale, di aringhe affumicate, di sentori e putrescenze ittiche.

Quarantamila gole urlanti e inneggianti accolsero i ventidue giocatori in campo, sul terreno reso duro dal freddo e l’aria resa gelida dal vento invernale sotto un luminosissimo cielo azzurro così limpido da sembrare smaltato. Una giornata fantastica per iniziare quella che in seguito fu epicamente denominata dalla stampa sportiva la “Battaglia di Genova”.In primis dobbiamo tuttavia registrare una condizione psicologica del tutto inconsueta per Javier Montecristo: egli si sentiva stranamente “dislocato”, nel senso di disorientato e inopportuno in quel luogo e in quell’ora allo Stadio Marassi di Genova.

Appena entrato in campo, forse a causa delle prolungate e intense meditazioni zen svolte durante la settimana o forse per qualche altro oscuro e sconosciuto motivo, percepì subito la stravaganza della situazione in cui si trovava . Lui – al centro del catino di gioco al momento della presentazione delle squadre con arbitri e guardalinee – si sentiva stranamente estraneo.

Sono cose difficili da spiegare, ma era come se lui fosse infinitamente lontano dal contesto in cui si trovava immerso, estraneo allo stadio, al pubblico, agli altri giocatori, ai direttori di gioco sul piano materiale e al campionato, alla Serie A, alla sua stessa professione di calciatore sul piano astratto.

Improvvisamente si riscosse quando l’arbitro fischiò l’inizio del gioco, ma non come se si risvegliasse da uno stato di sognante torpore, ma al contrario come se uscisse da un limbo narcotico per ritrovarsi in mezzo a una eccitante, splendida realtà. Quel senso di precarietà e di non indispensabilità come se si sentisse di troppo al mondo lungi dal deprimerlo gli ispirava un gioioso senso di euforia.

Il primo quarto d’ora di gioco di quella fondamentalissima partita per entrambe le squadre fu di studio non solo dell’avversario, ma anche di presa di contatto col terreno di gioco. Lo stato del campo esigeva un palleggio corto e preciso o dei lunghi lanci a scavalcare l’impianto difensivo del Genoa attentamente schierato a centrocampo con marcatore assidue e costanti. Impresa non facile perché il vento che spirava dal mare aveva indurito e reso gelido la superficie del terreno: il pallone rimbalzava netto e schizzava via non appena toccava il manto erboso. Insomma già le premesse, intuì Montecristo, non erano le migliori per un giocatore tecnico ed elegante come lui abituato ad accarezzare la palla nelle sue tipiche e improvvise verticalizzazioni o a superare l’avversario con le sue rapide e brevi accelerazioni. Era un terreno arido e ostico per gladiatori del pallone usi alla battaglia con tutto il suo corredo di tackle scivolati al limite dell’ammonizione se non dell’espulsione, di contenimento degli avversari tramite trattenute e spallate, di anticipi vigorosi alla ricerca di repentine ripartenze. Una gara tattica, ostica, schematicamente preordinata come una pratica burocratica da Unione Sovietica anni Cinquanta che non ammetteva debolezze ossia gesti estetici, raffinatezza narcisistica o barocchismi calcistici alla ricerca dell’applauso del pubblico o dell’elogio dei telecronisti.

Insomma per farla breve era ovvio fin dall’inizio che per un tipo di calciatore alato e svolazzante come Montecristo dalle caratteristiche tecniche ben profilate quel tipo di partita non era adatta.

Lui era un giocatore luminoso, quasi angelico come un novello Mercurio con le ali ai piedi dal passo lieve e veloce, dalle movenze aggraziate e dalle posture plastiche a armoniose da ballerino del Bolscioi laddove invece a Marassi quel giorno serviva un giocatore epico, una specie di furente Agamennone o di tracotante Menelao, uno spartano mestierante del pallone in grado di assalire il fortino avversario rigidamente strutturato come una fortezza inespugnabile.

Dal questo punto di vista peraltro l’Ambrosiana in difesa non aveva nulla da temere solidamente presidiata com’era sugli esterni a sinistra e a destra rispettivamente dall’esperto e pugnace Blas e sulla sinistra dall’enfant terrible, come era stato ribattezzato dalla stampa, il serbo Durovic che appena ventottenne era già una delle migliori promesse difensive del calcio mondiale. Al centro della difesa statuario come un bronzo di Riace giganteggiava la colonna Ramiro Cavallo dal fisico roccioso e dal piede quadro la cui sensibilità calcistica nella gestione della palla era pari a quella di un ferro da stiro. Ma proprio da lui al ventesimo del primo tempo era scaturita l’azione decisiva quando estirpava il pallone dai piedi dell’avversario, l’attaccante Zuccheddu del Genoa mandandolo disordinatamente per le terre e, mentre quello alzava le mani al cielo invocando a giudizio dell’arbitro, il signor Birrena di Lignano Sabbiadoro un inesistente fallo, il Cavallo si sganciava in avanti in un improbabilissima proiezione offensiva tra l’altro derogando alle precise disposizioni dell’allenatore Vanadiumovic che gli aveva vietato nel modo più perentorio di varcare la linea di metà campo. E infatti Cavallo come ricordandosi improvvisamente di questa proibizione, si arrestò all’altezza della tre quarti avversaria dove scaraventò il pallone in avanti verso la difesa del Genoa ben appostata e pronta a rilanciare con scarponesco pragmatismo calcistico.

Ma qui l’imprevisto, sempre in agguato nel giuoco del pallone, aveva manifestato la sua cinica e illogica presenza: il difensore brasiliano genoano Carlos Teixeira ossia uno dei più scafati e carismatici giocatori che avessero calcato il rettangolo di Marassi dal 1899 anno di fondazione del club ligure, aveva malamente ciccato il pallone svirgolandolo ignobilmente. Ne uscì una specie di mirabolante assist sulla destra del fronte offensivo ambrosiano per Apuleios il quale scattava, entrava in aria di rigore affiancato dal terzino genoano austriaco Karl Kinkermaier e senza pensarci troppo scaraventò un bolide sul portiere in uscita.

Colpito in pieno il portiere in disperata uscita, il pallone si era imbizzarrito schizzando verso l’alto per ricadere a pochi passi dalla porta in posizione centralissima fra una selva disordinata, mulinante e sbracciante di gambe, piedi, braccia, tacchetti, maglie più o meno trattenute, gole urlanti che invocavano inesistenti fuori gioco o falli di mano in un disordinato ridondare da gigantomachia biblica che fece sembrare quella titanica battaglia per la conquista del pallone un azione molto più da hockey su ghiaccio che non da calcio. Ma proprio lì, in mezzo a quella calca virile e irosa, maschia e vigorosa mentre il difensore del Genoa Minotauri si apprestava a calciare via il pallone alla viva il parroco per liberare la sua aria di rigore dall’immane pericolo di un goal subito con repentina lestezza e volpinoide tocco Mulas, l’attaccante sardo dell’Ambrosiana, aveva allungato la gamba deviando il pallone appena questo aveva lasciato il piede rusticano di Minotauri indirizzandolo a rete con una traiettoria classica a mezza altezza a porta sguarnita.

La corsa sfrenata di Mulas esultante dopo il goal verso la curva dei tifosi ospiti venne interrotta dal grappolo umano di compagni di quadra, allenatore e massaggiatori che facevano montagna sopra il marcatore quasi a volerlo ingroppare dalla felicità procurata da quella insperata rete.

Il resto del primo tempo presentò un andamento ondivago: il Genoa consapevole di non potersi permettere assolutamente una sconfitta attaccò con ammirevole volontarismo e ostinato maratonismo, ma senza costrutto sia per la obiettiva scarsezza tecnica di molti dei suoi giocatori, sia perché l’Ambrosiana si dispose secondo lo schema denominato “Schema Alcazar” elaborato dal mister Vanadiumovic con i tre difensori a presidio dell’area di rigore e i due esterni alti Iside e Milesio a copertura delle corsie laterali al fine di impedire scorribande sulla linea di fondo degli esterni alti genoani che di tanto in tanto lanciavano sgangherati e sbilenchi cross dalle tre quarti verso Achilli e Gengis Khun, l’attaccante turco del Genoa abilissimo nell’incocciare di testa con rara potenza quei palloni che riuscisse a intercettare dopo avere sovrastato il difensore avversario.

Ma tutti gli sforzi genoani furono inutili e il primo tempo si chiuse con un preziosissimo 1 a 0 per l’Ambrosiana.

Montecristo era soddisfatto non solo del risultato, ma anche della sua prova: su un terreno difficile, irregolare e gelato aveva distribuito dalla sua posizione di playmaker basso sulla propria tre quarti, sapienti palloni di alleggerimento della pressione avversaria nonostante l’asfissiante e roccioso pressing nei suoi confronti dei centrocampisti genoani. Insomma una partita dignitosa, senz’altro utile la sua sebbene priva di quei traccianti luminosi a verticalizzare il gioco che erano la sua miglior caratteristica tecnica.

Il secondo tempo fu quello che valse alla partita il titolo de “La Battaglia di Genova”, secondo molti media sportivi “la più grande battaglia della storia di Genova dopo quella navale della Meloria”.

Non stiamo qui a disquisire se tale definizione sia esagerata o meno, ma certo è che si trattò di un momento epico della storia del calcio nazionale con l’Ambrosiana arroccata sulla propria trequarti secondo quanto previsto dallo “Schema Alcazar” manco fossero gli spartani alle Termopili e il Genoa riversato nella metà campo avversaria con reiterati assalti manco fossero gli Ottomani sotto le mura di Bisanzio. Lo “Schema Alcazar” prevedeva i difensori disposti davanti alla linea dell’area di rigore a formare una barriera invalicabile mentre i due esterni di difesa avevano l’ordine di impedire quasi con ogni mezzo necessario che i giocatori avversari potessero guadagnare il fondo campo e ivi crossare per i loro attaccanti in area. Riguardo al gioco offensivo era praticamente inesistente col solo Apuleios nel cerchio di centrocampo pronto a raccattare palloni rilanciati dai suoi difensori non per proiettarsi verso l’area genoana, ma solo per conservare il pallone il più a lungo possibile fra i piedi col fine di buttarsi a terra per guadagnare truffaldini calci di punizione che invariabilmente richiedevano un minuto abbondante pria di essere battuti utili a far riposare i difensori stremati e far salire la squadra alla ricerca di un goal.

Va da se che lo schema “Schema Alcazar” messo a punto dall’allenatore Vanadiumovic era inviso e anzi apertamente osteggiato dalla proprietà francese che ambiva invece a un cosiddetto “calcio champagne” ben più spumeggiante e offensivo sul modello della grande Francia di Platini e compagni. Quando però lo spettro della mediocrità calcistica sotto forma di assestamento a metà classifica con esclusione da tutte le coppe il che implicava un flop clamoroso nonostante tutti gli investimenti compiuti a cominciare dall’acquisto di Montecristo certe sofisticazioni snobistiche vennero meno. La proprietà francese a partire da Alain Borieaux aveva dovuto cedere: pur di risalire posizioni in classifica era sopportabile anche lo “Schema Alcazar” ossia l’anticalcio per eccellenza.

Ma torniamo al nostro secondo tempo.

Non potendo crossare da fondo campo i genoani erano costretti a lanciare palloni alla “viva il parroco” dalla trequarti avversaria. Beninteso palloni loffi e lenti con parabole a campanile che facilmente finivano preda del roccioso Cavallo innanzitutto, ma anche di Durovic e altri difensori ambrosiani. In pratica la partita si era trasformata in una specie di rimpallo continuo dove agli spioventi sgangherati dei genoani in area avversaria corrispondevano altrettanto sgangherati rinvii dei difensori. Verso la mezzora la partita degenerò: all’ennesimo rinvio da torneo parrocchiale dei difensori dell’Ambrosiana il centravanti Apuleios appostato nel cerchio di centrocampo contravvenendo agli ordini di Vanadiumovic e derogando alle ferree regole dello “Schema Alcazar” si era avventato palla al piede come un fulmine verso il portiere avversario anche per sfuggire ai tentativo di fallo da dietro dei centrocampisti genoani con l’evidente intento di falciarlo anche a costo di un’ammonizione se non di un’ espulsione.

Era quasi riuscito Apuleios a distanziare l’ultimo inseguitore genoano vale a dire il centrocampista turco Abdullah, quando quest’ultimo, in un estrema scivolata, riuscì alla disperata a toccare con la sua punta dello scarpino la punta dello scarpino del brasiliano. Fiutando la ghiotta occasione di una consistente perdita di tempo utilissima per far rifiatare i compagni stremati il centravanti esagerando enormemente la portata del fallo si rotolava a terra come fosse stato un insaccato posto su un piano inclinato.

Immediatamente i genoani indispettiti dall’evidentissima sceneggiata si scagliarono contro Apuleios ancora a terra insultandolo. All’intervento dei giocatori dell’Ambrosiana a difesa del compagno fintamente agonizzante a terra si scatenò un parapiglia babelico.

I giocatori si spintonavano a vicenda, il difensore irlandese  del Genoa Ian Mc Gregor schiacciò un piede di Claudio Baccanale il quale si abbatté al suolo dolorante. Nuovo parapiglia con spintoni, schiaffi e un paio di tentativi di testate andate a vuoto mentre in panchina il mister Vanadiumovic afferrava per il collo una riserva del Genoa in una presa di wrestling.

L’arbitro – il signor Birrena di Lignano Sabbiadoro – non riusciva a riportare la calma anche perché altri due focolai di rissa si erano accesi: oltre a quello principale si era scatenata un’altra rissa fra le riserve in panchina coi genoani che tentavano di liberare il compagno dalla tenace presa di mister Vanadiumovic e un’altra fra il portiere dell’Ambrosiana e alcuni raccattapalle e i fotografi appostati a fondo campo. Alla fine la gigantesca scazzottata da calcio in costume fiorentino fu sedata dagli stewards addetti all’ordine pubblico i quali anziché badare affinché non scoppiassero disordini sugli spalti fra opposte tifoserie, abbandonarono le gradinate per scendere in campo nel tentativo di separare i giocatori. L’intervento di alcuni addetto alla security con un l’ausiliodei cani lupo valse riportare l’ordine.

Ci furono quattro espulsi, due per parte, e cinque ammoniti. L’allenatore Vanadiumovic fu arrestato sul campo per aggressione aggravata e portato via immediatamente. Un paio di fotografi e la riserva genoana malmenata da Vanadiumovic furono soccorsi dalle ambulanze entrate direttamente in campo.L’arbitro discusse con i delegati della Lega Calcio se far riprendere la partita o sospenderla. Alla fine fu decisa a maggioranza risicata di far riprendere il gioco anche per non scaldare gli animi dei tifosi che dagli spalti avevano preso a lanciare in campo di tutto da pacchetto di caramelle, accendini, gelati confezionati, monetine e perfino un tavolino pieghevole da pic-nic.

La partita infine riprese con l’indicazione di 12 minuti di recupero, nove contro nove.

Si era all’ottavo minuto di recupero quando accadde il patatrac.

Dopo il parapiglia l’andamento della partita non era sostanzialmente cambiato: disperate palle in area ambrosiana scaraventate dai genoani e rinvii oscenamente rudimentali da parte dei difensori ospiti finché a quattro minuti dalla fine un nuovo episodio non modificò il corso della partita.

Ecco ciò che avvenne: il portiere dell’Ambrosiana si impossessava dell’ennesimo spiovente e offriva la palla a Javier Montecristo smarcato poco oltre l’area. Lo “Schema Alcazar” in una circostanza del genere specialmente se si era in vantaggio era molto chiaro: calciare la palla in avanti, ma non troppo per non renderla preda del portiere avversario e tuttavia il più in alto possibile per far trascorrere secondi preziosi; passarla ad Apuleios il quale aveva la consegna di buttarsi a terra al minimo contatto o, infine, passare la palla a un compagno libero senza nulla rischiare.

Javier non fece nessuna delle tre cose.

Perché? Cosa accadde? Accadde che il nostro buon Javier fu preda del peccato capitale della superbia di cui il demonio è il massimo interprete e propugnatore.

Infatti, se ne rese conto il giorno successivo a freddo, non volle calciare la palla in avanti con un rudimentale spiovente col solo scopo di guadagnare secondi preziosi in quanto lesivo della sua maestà calcistica: il grande Javier Montecristo non poteva rinviare in avanti come uno scarpone dal piede quadro qualsiasi, ne andava della sua dignità calcistica; non volle nemmeno passare la palla ad Apuleios nel timore che questi si buttasse a terra e scaturisse una nuova rissa che poteva comportare la sospensione di una partita che l’Ambrosiana stava vincendo 1 a 0. E non volle nemmeno passare la palla a un compagno libero per l’ottima ragione che i suoi compagni attorno erano in quel momento tutti marcatissimi a causa del forsennato pressing genoano.

E tuttavia – stranamente – non fecero nulla per smarcarsi. Anzi parve a Javier che facessero di tutto per nascondersi dietro l’avversario quasi a volerlo mettere in difficoltà. A questo punto Javier avrebbe dovuto fare l’unica cosa sensata che deve fare un giocatore che sta pericolosamente cincischiando con il pallone fra i piedi sulla propria trequarti circondato da avversari famelici, cioè scaraventare il pallone in avanti senza troppo fronzoli. E invece, preso dalla superbia, pensò bene di fare l’unica cosa che non doveva fare: avanzare palla al piede per dare dimostrazione della sua classe, della sua leadership, della sua eleganza che nulla aveva a che fare con il primitivismo calcistico dei suoi compagni e avversari; lui era superiore, lui non si abbassava ai rudimenti del calcio, lui era ben oltre qualsiasi schema scarponaro da capra calcistica. E avanzò allora con la testa imperiosamente alta, la chioma al vento, la falcata elegante, i glutei rialzati… finché – tal qual uno sparviero che si avventi su una goffa fagiana che ostenti nel volo il bel piumaggio inconsapevole del pericolo incombente – il genoano Sgamati non abbandonò la marcatura del suo avversario, si avventò come un rapace su Montecristo, con un robusto takle lo spedì a terra e impossessatosi della palla volò verso la porta dell’Ambrosiana. A tu per tu col portiere sganciò un poderoso bolide di destro che infilzò il portiere Lazaro Tormes in uscita. Javier fece appena in tempo a rialzarsi per udire il boato assordante dei tifosi del “Grifone” e le facce fra il perplesso e l’incazzato dei suoi compagni di squadra che lo guardavano come si guarda un’idiota mentre lo mandavano a quel paese coi gesti delle mani: chi riunendo le dita della destra e facendo oscillare la mano in verticale, chi allargando le braccia in un gesto di sconforto, chi facendo roteare il braccio mandandolo platealmente affanculo.

(segue).

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