L’UOMO IN MENO (Atto VII).


DRAMMA EPICO CALCISTICO.

ATTO VII

I giorni successivi per Javier Montecristo furono infernali.

I media sportivi sia cartacei che internettari non lesinarono attacchi kamikaze all’inglorioso impappinamento che era costata la partita all’Ambrosiana la quale si ritrovava ora inopinatamente a metà classifica, abbondantemente fuori dalla zona che garantiva la partecipazione alle coppe europee.

“Mondocalcio” il lunedì successivo alla “Battaglia di Genova” in un aspro editoriale titolava: “Montecristo: un giocatore finito”;  “Il Pallonaro” titolava “Montecristo? No, Monte di Pietà” mentre il quotidiano on line “Calcio & Potassio” intitolava a nove colonne “Un Monte di guay dall’Uruguay” nell’intento abbastanza maldestro da riuscire spiritoso.

L’unica voce a difesa di Javier venne dalla solita Presidentessa della Vaticanese suor Edwige, una invero attraente religiosa la quale ebbe a sottolineare come

“in un’ottica prettamente evangelica, dobbiamo ringraziare il signor Montecristo il quale, con il suo evidente strafalcione calcistico, ha permesso al Genoa di pareggiare una partita che se il “grifone” avesse perso avrebbe gettato nello sconforto decine di migliaia di tifosi. Il risultato evangelico per eccellenza dovrebbe essere un pareggio o meglio uno 0 a 0 in tutte le partite senza falli anche veniali e senza tiri a rete a testimoniare una fratellanza anche sul rettangolo di gioco che in quanto tale non può permettere né vinti, né vincitori. Alla fine del campionato tutti a pari punti e tutti con lo stesso numero di gol segnati e subiti in modo tutti vincano, nessuno perda e nessuno sia retrocesso in serie B…”

Inutile sottolineare che Javier era a pezzi. Si sarebbe aspettato delle manifestazioni di solidarietà nei suoi confronti da parte di società e compagni. Che in effetti ci furono ma ammantate da un clima gelido e imbarazzato, privo di vero calore umano. Inoltre, come spesso capita in tutti gli ambiti lavorativi, il centrocampista di riserva Norberto Trojano – sto’ stronzo – in allenamento si impegnava il doppio e socializzava paraculescamente coi compagni al fine chiarissimo di sottrarre il ruolo di titolare a Javier. Insomma come gli squali si avventano su una preda attratti dal sangue, allo stesso modo il Trojano faceva di tutto per mettersi in mostra agli occhi dell’allenatore Vanadiumovic. Inoltre alcuni compagni con cui era solito andare a fare dello chess dating serale in una club scacchistico, ossia a rimorchiare ragazze che si recavano al club appunto per farsi rimorchiare, cominciarono a diventare freddini nei suoi confronti. Lo invitavano si ancora si capisce, ma quasi pro forma come si trattasse di assolvere un dovere fastidioso, ma necessario.  

Javier soffrì per quell’improvviso gelidume nei suoi confronti anche perché – doveva ammetterlo – il chess dating gli mancava. All’inizio non capiva in che modo un giuoco lento e noioso come gli scacchi potesse suscitare voglie sessuali in chi vi partecipava, ma scoprì poi che i vari pezzi nei loro movimenti e strategie contenevano un indubbia capacità di trasmettere notevole sex appeal.

Il Re isolato in procinto di subire “scacco matto” ad esempio evocava nelle giocatrici impegnate contro un gioatore l’idea che il maschio ambito stesse per capitolare ai loro piedi suscitando in loro padronesche pulsioni di dominio; il Cavallo lanciato in profondità alla conquista del campo avversario suscitava nelle giocatrici l’idea che le si volesse conquistare con eroiche cavalcate guerriere. I giocatori maschi peraltro sembravano eccitarsi quando la regina pareva vezzosamente nascondersi arroccandosi nella fortezza costituita da un angolo della scacchiera ben protetta da un apparato di Torri e pedine disposte a sacrificarsi per la di lei difesa.

Ma a prescindere da queste divagazioni fu soprattutto uno slogan a ferire Javier. Si sa quanto nel mondo dell’informazione e delle notizie contemporaneo dove le news circolano a velocità supersonica un modo di dire possa diventare virale nel giro di poche ore.

Un giornalista sportivo aveva qualificato la presenza di Javier in campo definendolo come “l’uomo in meno” in grado di far perdere le partite. Formula invero non troppo originale e già utilizzata in altre occasioni in passato nei confronti di altri giocatori, ma sempre utile a vendere giornali e aumentare i like sulle piattaforme social. Insomma nei confronti di Javier si era scatenata una dinamica da branco dove lui fungeva da volpe mentre alle sue spalle nasuti segugi, sanguinolenti mastini e stupidamente veloci levrieri si lanciavano al suo inseguimento con l’intento di farlo a pezzi. Il risultato di questa campagna anti montecristica fu di far montare la rabbia dei tifosi contro Javier e di costringere il mister Vanadiumovic a confinarlo in panchina nelle successive due partite dell’Ambrosiana contro Sampdoria e Lodigiana racimolando un pareggio e una vittoria con prove non eccelse, ma sostanziose di Norberto Trojano suo sostituto nel ruolo di regista.

Qui dobbiamo aprire una breve parentesi di natura squisitamente finanziaria.

E’ ovvio anche al più ingenuo dei tifosi dell’arte pallonara che la decisione di far giocare un calciatore piuttosto di un altro risponde a criteri soprattutto tattici e fisici: in taluni periodi un giocatore più votato al gioco difensivo può essere preferito a uno con maggiori propensioni offensive, oppure uno più scarso tecnicamente – il classico “pippone” – è preferibile a uno tecnicamente più evoluto, ma in condizioni fisiche scadenti. Insomma come si suol dire in questi casi “meglio un asino vivo che un cavallo morto”.

In base a questo umile ragionamento Javier avrebbe dunque dovuto restare fuori un bel pezzo, ma c’era un problema di natura economica: Montecristo alla società era costato un mucchio di soldi sia per prelevarlo dal Liverpool, sia in termini di ingaggio. Lasciarlo troppo a lungo in panca significava deprezzarlo e farne scadere il valore in caso di rivendita. Stiamo parlando, è vero, di un giocatore over 30 in chiaro declino anche se ancora godeva di notevole prestigio internazionale. Ma la sostanza era che Javier aveva dimezzato il proprio valore sul mercato e questo in termini finanziari era una catastrofe. Insomma era necessario recuperarne il prestigio almeno in parte e dunque volente o nolente doveva giocare: queste furono le disposizioni che Alain Borieaux diede all’allenatore. E che pensasse quest’ultimo a giustificare verso la squadra il rientro da titolare di Javier Montecristo e specialmente verso il Trojano che comunque il suo onesto lavoro da giocatore standard, ma non scandalosamente scarso lo stava facendo.

Si decise così che Javier tornasse titolare contro il match clou della domenica successiva, quello che opponeva l’Ambrosiana alla capolista Juve.

Presentandosi in campo in campo col classico 4-4-2 il mister Vanadiumovic aveva però apportato a centrocampo una importante variazione: fuori il tecnicamente raffinato Claudio Baccanale e dentro il più dinamico e polmonare Nicola Trojano con fine evidente di sostenere con un podista il gioco elegante e compassato di Javier. Fu una mossa questa che Javier apprezzò in sommo grado: dimostrava da parte dell’allenatore la volontà di sostenerlo in un periodo difficile della sua carriera agonistica.

Era una partita in cui l’Ambrosiana doveva solo vincere mentre alla Juve poteva bastare anche un pari per avere la strada spianata verso l’ennesimo scudetto. Dopo la “Battaglia di Genova” ci si sarebbe aspettati un’altra partita al calor bianco e invece fu un match estremamente tattico, anzi strategica come una partita a scacchi. I giocatori irrigiditi dalla paura di sbagliare si muovevano come belle statuine in un minuetto del Settecento: brevi passaggi reticolari con qualche raro lancio in avanti, zero sgroppate sulle fasce e zero percussioni centrali. L’Ambrosiana sembrava narcotizzata, incapace di imprimere sveltezza e profondità al gioco finché a un certo punto dagli spalti del tifo organizzato non cominciarono a piovere dei fischi: prima isolati, poi più massicci infine quasi assordanti.

Serviva una scossa e Vanadiumovic cercò di darla nell’unico modo possibile ossia sostituire un “giocatore di passo” con un volitivo e rapido attaccante. Decise pertanto al ventesimo del secondo tempo di sostituire Javier con il giovane attaccante svedese appena prelevato nel mercato invernale Hag Asgaard un biondone capelluto che si agitava sul campo come in invasato facendo oscillare disordinatamente la folta chioma a dimostrare il suo impegno.

Il quarto uomo mostrò dunque la lavagna luminosa col numero di chi doveva uscire cioè il 24 di Javier Montecristo e di quello che doveva entrare cioè il 99 di Asgaard.

E qui qualcosa di improvvido e imprevisto successe.

La rabbia troppo a lungo repressa forse. O forse l’eccesso di adrenalina o forse ancora la coscienza del proprio declino e della propria inadeguatezza al calcio moderno che della figura del “regista” classico così di come quella del “libero” non sapeva più che farsene.

Noi propendiamo per quest’ultima ipotesi: Javier divenne improvvisamente consapevole di essere calcisticamente superato e in quanto tale una presenza quasi folkloristica in campo, una curiosità del passato come un Autobianchi A112 nell’ epoca delle auto a guida automatica o un IBM mastodontico con meno memoria di un netbook da otto pollici.

Ebbe chiara coscienza in un momento di massima lucidità della propria obsolescenza. Si vide con gli occhi di uno spettatore in maniera obiettiva: “dai, diciamocelo chiaramente” si disse,

“il regista è un ruolo in over time, anacronistico”. Capì che quel suo incedere traccheggiante come un fiero tacchino impettito a metà campo mentre distribuiva precisi palloni al compagno più smarcato nel calcio moderno non aveva più senso. Era invecchiato. Anzi forse era game over, ecco tutto.

E quel che è peggio è che era invecchiato male.

Quando vide il suo numero fra gli uscenti sul display luminoso del quarto uomo ebbe un moto di stizza e finse di stupirsi con aria scandalizzata. Indicò se stesso con un dito come a dire “Ma devo uscire io?”. Un compagno – il Trojano con la sua aria popolarescamente belluina – gli disse “eh si, proprio tu”. Montecristo allora unì le due palme come in preghiera a compiere un gesto oscillatorio dal significato mimico eloquentemente critico verso l’allenatore “ma tu pensa se devo uscire proprio io… questo è fuori.”

Prese quindi a corricchiare verso la panchina dove Hag Asgaard scalpitava sotto una salve di fischi sonorissima e a quel punto non ci vide più: alzò le mani sulla testa e applaudì ironicamente chi lo fischiava in una gesto simile a quello compiuto da “Long John” Giorgio Chinaglia quando uscì dal campo in un mondiale di molti decenni prima nella ingloriosa partita che oppose l’Italia ad Haiti e che la nazionale vinse giocando male 3 a 1.

Non solo: Javier arrivato in prossimità della panchina ancora una volta a imitazione di “Long John” sempre al piccolo trotto agitò la mano a spatola nel gesto di chi vuole allontanare qualcosa di molesto: Chinaglia lo aveva fatto nei confronti di Valcareggi, Javier Montecristo nei confronti di Vanadiumovic. Praticamente dopo aver mandato a quel paese il pubblico fischiante Javier Montecristo aveva mandato a quel paese anche l’allenatore che lo aveva sostituito. E praticamente mandò a quel paese pure il compagno subentrante Hag Asgaard rifiutandosi di incrociarlo e incoraggiarlo all’uscita dal campo mentre infilava il tunnel degli spogliatoi.

Un tunnel lungo, oscuro e che come un budello immetteva nello stanzone bianco e triste degli spogliatoi.

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